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San Martino tra tradizione e storia…

Cari lettori, oggi è finalmente arrivata la famigerata festa di San Martino.

 

Forse perché una mia cara amica si chiama proprio Martina o perché   è una festività molto sentita ma della quale sappiamo poco , ho deciso di dedicare questo articolo proprio a lui, San Martino.

 

 

Martino, nacque intorno al 316-317 in quella che oggi identifichiamo come Ungheria.

Figlio di un militare, presto con la famiglia dovette trasferirsi a Pavia dove crebbe.

 

Ma la sua carriera militare cominciò quasi subito e lo portò in Gallia (attuale Francia).

Proprio del periodo francese è l’episodio che lo rese famoso.

 

Infatti legenda ma anche fede narrano che quando Martino militava nell’esercito nel ruolo di “circitor” (sorvegliante notturno delle guarnigioni), durante uno dei suoi turni incontrò un vecchio mendicane infreddolito; per alleviare le pene del povero uomo decise di dividere il suo mantello e di donargliene un pezzo così che riuscisse a coprirsi.

 

Si narra, inoltre, che la   notte seguente gli apparve in sogno Gesù vestito col mantello militare, che aveva ceduto al mendicante.

 

Continuò la sua vita militare, fino ad i quarant’anni.

Successivamente ebbe inizio il secondo periodo della sua vita.

 

Si dedicò a combattere l’eresia ariana e per questo fu cacciato prima dalla Francia e poi da Milano dove erano stati eletti vescovi ariani.

 

Dopo una vita eremitica tornò a Poitires ( Francia), divenne frate e fondò un ordine.

 

Nel 371 divenne vescovo ma mantenne lo stile di vita che lo contraddistingueva, semplice.

 

Lottò contro il paganesimo, evangelizzando popoli.

 

Fu un vescovo diverso dagli altri, dedito all’evangelizzazione dei popoli e non alla ricchezza.

Venne amato da tutti i cattolici.

 

Morì l’8 Novembre 397 a Candes-Saint- Martin dove si era recato per mettere pace tra il clero   locale.

La sua morte diede vita ad una vera e proprio idolatrazione religiosa.

 

Viene ricordato giorno 11 Novembre perché quello fu il giorno dei funerali.

 

San Martino è simbolismo di tradizione, infatti nel corso del tempo , in molte culture giorno 11 Novembre si praticano diverse usanze.

 

Ad esempio, nelle Fiandre i bambini partecipano a diverse processioni con in mano delle lanterne.

Il cibo che caratterizza la festività e è l’oca perché si narra che Martino riluttante a diventare vescovo si fosse nascosto nelle campagne in una stalla piena di oche ma che queste a causa dell’incessante strarnazzo prodotto lo avessero fatto scoprire.

 

In Italia il culto di san Martino è un rito religioso ma che implica anche un cambiamento meteorologico.

Da quella data in poi ( teoricamente) si procederà verso temperature invernali.

 

Molti sono, anche, i dolci che da tradizione accompagnano la festa.

 

In Sicilia tipi sono dei biscotti chiamati San martinelli, grandi come le arance, dall’ aroma di finocchio ed anice, consumabili accompagnati con del   moscato.

 

Le pasticcerie Palermitane però producono la variante anche più morbida che all’interno contiene ricotta o marmellata.

 

San Martino però è festeggiato in tutta Italia e gli usi gastronomici cambiano da regione a regione.

 

#thecrazyjoy

 

 

 

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Tradizione a tavola: LA FRUTTA MARTORANA

Dai grandi (mamme, zie, nonne) ai piccini fino ad arrivare ai forni con produzioni di prodotti dolciari e pasticcerie, tutti sono in fermento. Chi sta in Sicilia, lo sa. La nostra terra è bella e ricchissima di tradizioni, alcune più in disuso di altre.

 

Ci siamo quasi, è quel periodo dell’anno. Tutti si adoperano per dare vita ad uno, tra i tanti che compongono la carta d’identità agroalimentare siciliana, dei dolci tipici della tradizione della commemorazione dei defunti: la frutta di Martorana.

 

Questo dolce viene preparato, per l’appunto, in occasione dell’approssimarsi della festività dei Morti, il 2 di novembre. Piccole opere d’arte che rallegrano i palati e abbelliscono le vetrine di tutte le pasticcerie con la loro varietà di colori.

 

Ma cos’è la frutta di Martorana?

Per chi non ne conosca l’esistenza, non è altro che una riproduzione in scala ridotta di frutti, ortaggi e pesci, preparata con la pasta di mandorle (in alcune parti della Sicilia e d’Italia chiamata anche pasta reale) e zucchero, successivamente decorata con coloranti alimentari in modo da riprodurre minuziosamente e fedelmente la realtà.

 

 La storia della frutta di martorana

Sulle origini della frutta di martorana esistono varie leggende. Una di queste racconta che a darle i natali siano state le Monache del convento di Santa Maria dell’Ammiraglio, a Palermo, meglio conosciuta come Chiesa della Martorana, realizzato per le nobildonne dell’ordine benedettino e voluto da Elisa Martorana (da qui il nome).

 

Si narra che all’interno del monastero le suore avessero creato uno tra i giardini più belli della città e un orto, del quale si prendevano cura, con degli ottimi e gustosissimi ortaggi.

Il Vescovo, colto dalla curiosità, decise di andarlo a visitare. La visita prese luogo in inverno, quando gli alberi erano spogli e l’orto non produceva molto.

Le monache allora decisero di creare dei frutti colorati con la pasta di mandorle per adornare gli alberi spogli e creare degli ortaggi per abbellire l’orto.

Visto il successo riscontrato, si venne a creare un vero e proprio business, tanto che le suore iniziarono a preparare la martorana per le famiglie ricche: un servo, mandato dalle famiglie nobili, in cambio di un vassoio di dolcissima frutta martorana, lasciava una moneta nella ruota

Chiara Basilotta.

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E’ il Souvenir della Sicilia per eccellenza: la storia del CARRETTO SICILIANO .

Quando s’immagina la tradizione popolare siciliana la prima immagine che ci viene alla mente è quella dell’oggetto che rappresenta più la Sicilia. I negozi di souvenir ne sono pieni zeppi: Ogni turista che si rispetti ne porta a casa uno.

 

A cosa mi riferisco???

 

Ma al mitico ed intramontabile carretto siciliano.

 

 

Anche se famoso in tutto il Mondo, in pochi sanno, veramente, la sua storia

 

 

Con la caduta dell’Impero Romano anche i trasporti in Sicilia subiscono un totale declino ( come vedete la storia non cambia mai, anzi forse in Sicilia non migliora mai), la maggior parte dei mezzi che veniva impiegata per muoversi era di origine marina.

 

Ed è proprio in questo periodo, che il carretto fa il suo ingresso.

 

Si tratta di un carro trainato da un animale.

 

Il suo utilizzo è pratico, poco costoso ma sopratutto versatile.

 

Può essere   tranquillamente usato sia nel   lavoro nei terreni, ma anche nel trasporto di genti o materiali

 

Nonostante la costruzione sembri molto spartana, il carretto in realtà è molto complesso.

 

La sua creazione, per questo, richiedeva l’utilizzo di diverse maestranze.

 

I falegnami e gli intagliatori realizzavano tutte le parti in legno, i fabbri che aggiungevano o lavoravano gli elementi in ferro battuto per stabilizzarne la struttura.

 

Al carradore spettava il compito più difficile, cioè mettere ed assemblare tutte le parti che poi sarebbero state dipinte e decorate.

 

Nel corso dei decenni l’umile carretto passò da povero   mezzo di trasporto ad una vera e propria opera d’arte.

 

Quello che lo caratterizzava, e ancora oggi lo rende particolare e famoso, sono i ricchi dipinti che lo adornano alcuni con significati molto complessi.

Tradizione vuole, che le pitture fossero   messe sul carro con lo scopo   di abbellire ma anche per altri due motivi.

 

Uno, quello di proteggere il legno dalla logorazione del tempo.

 

L’altro, un po’ più folkloristico. Considerava le scene dipinte sui carri dei portafortuna in grado di garantire vigore alle famiglie che possedevano i mezzi o a chi ci salisse sopra.

 

 

 

Con l’avvento di mezzi di trasporto più celeri il mitico carretto passò in disuso ma rimase uno dei simboli indiscussi della Sicilia, tanto da trasformarsi in opera d’arte e dar vita a dei Musei, ed eventi sparsi per tutta l’Isola.

#thecrazyjoy

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Certe storie fan perder la testa: la leggendaria narrazione sulla siciliana testa di Moro..

Quando vieni a visitare   o vivi in Sicilia, è scontato vedere nei negozi di souvenir, sui balconi o addirittura all’interno delle case, delle fiorire molto particolari generalmente realizzate in ceramica che raffigurano una testa di un uomo e che informandovi, sicuramente,   scoprirete chiamarsi testa di Moro.

 

In realtà il culto, per la realizzazione di queste ceramiche, viene da un’antica leggenda che mi ha particolarmente affascinato e sulla quale ho deciso di informarmi.

 

 

Correva l’anno 1000 e Palermo era dominata dai Mori ( popolazione di origine Islamica).

 

In un quartiere storico della città chiamato “Al Haliah”( oggi conosciuto come Kalsa), viveva un’affascinante ragazza che era solita trascorrere   le sue giornate   affacciandosi al balcone e curando le piante deposte lì.

 

Non passò molto tempo che la bella siciliana, venne notata da un giovane, un Moro, che da subito se ne invaghì e le fece una spietata corte.

 

La donna colpita da una promessa d’amore così forte, accolse il giovane nel suo cuore, ricambiando il sentimento e facendosi travolgere dalla passione.

 

Il Moro, che di tanto animo nobile appariva, in realtà ( come tutti gli uomini, aggiungerei io) celava un orrendo segreto.

 

Infatti solo quando fece suo l’amore della siciliana, le rivelò che sarebbe dovuto tornare in Oriente perché ad attenderlo c’erano moglie e i figli.

 

La ragazza, innamorata ed amareggiata, decise di escogitare un piano per farla pagare al traditore e per legare per sempre il loro amore.

 

Infatti cogliendo l’uomo in un momento di incoscienza, durante il sonno, lo uccise.

Decise, però, di non fermarsi solo a questo ma di legare per sempre a se il suo amato, tagliandogli la testa, piantando al suo interno del basilico (che a quel tempo era una pianta indicatrice di sacralità) e ponendolo lì dove la loro storia era cominciata, sul balcone.

 

 

Giorno dopo giorno si prendeva cura del suo amato, o meglio della pianta che ne era diventato, annaffiandolo con le lacrime .

 

La cura, le attenzioni e anche l’amore che riponeva in quella piantina fecero sbocciare un profumatissimo basilico, tanto da diventare   l’invidia di tutti i vicini.

 

Esterrefatti dal profumo ma soprattutto dalla bellezza di quel particolare vaso, gli invidiosi vicini, se ne fecero riprodurre delle copie.

 

Diedero così vita, inconsapevolmente, alla produzione di quelle che noi chiamiamo teste di Moro.

 

Oggi ogni testa di Moro riprodotta porta sulla testa una corona , questo perché si sottolinea la sacralità della pianta che anticamente conteneva.

 

In realtà un’altra versione della leggenda narra che i natali della ragazza che fecero perdere la testa al Moro fossero nobili.

La passione che nacque tra i due recò vergogna alla famiglia di lei che dopo aver scoperto la relazione li fece decapitare entrambi.

 

E, come promemoria del fattaccio, pose le due teste in bellavista su una balconata.

 

Questo giustificherebbe la produzione delle teste che spesso avviene in coppia.

 

La maggior produzione in Sicilia oggi è a Caltagirone, cittadina famosa appunto, per la produzione di ceramiche.

#thecrazyjoy

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“Donne, oltre le gambe c’è di più”. La storia della prima giornalista, redattrice italiana: Matilde Serao.

Cari lettori, è appena trascorsa la festa della donna, e con qualche (circa sette per la precisione) giorni di ritardo (ma sempre con la stessa efficacia) vorrei narrarvi,   di una donna la storia cui non è molto nota ma la cui importanza “mediatica” per noi donne è importantissima.

 

Si tratta di Matilde Serao, prima donna giornalista e fondatrice di un quotidiano.

 

 

Nata a Petrasso il 7 Marzo 1856 dall’unione tra un avvocato napoletano Francesco Serao e Paolina Borely (nobile greca decaduta).

 

Il padre, Francesco, avvocato ma anche giornalista aveva dovuto lasciare la sua città poichè ricercato per movimenti antiborbonici e si trasferì in Grecia dove trovò lavoro da insegnante e conobbe   quella che divenne madre di Matilde, Paolina.

 

Nel 1850 con la caduta di Francesco II, la famiglia si trasferì a Napoli.

 

La vita di Matilde trascorse felice e serena tra la redazioni giornalistiche dove lavorava il padre ma nonostante questò ed il molto impegno della madre imparò solo da grande a leggere e scrivere.

 

Sedicenne riuscì a diplomarsi e a vincere un concorso come telegrafista, lavoro che le servì per aiutare la famiglia. Nonostante fosse impegnata quasi tutto il giorno, iniziò a scrivere per dei giornali.

 

I primi furono brevi articoli scritti per il giornale di Napoli, e a ventidue anni completò la sua prima Novella.

 

Da Napoli partì alla conquista della Capitale, dove la sua fama di donna emancipata conquistò tutti anche nei salotti nobiliari.

 

A Roma trovò marito, lo scrittore e critico letterario Edoardo Scarfoglio, dal quale ebbe dei figli. Anche nel periodo delle gravidanze, continuò a lavorare come scrittrice.

 

Insieme il marito fondarono un giornale a Roma che non decollò e li ridusse pieni di debiti.

 

Per questo   l’incontro con il proprietario del Quotidiano del Mattino, che li finanziò, fu fatale li portò alla decisione di ritornare a Napoli e di aprire un giornale lì : il Corriere di Napoli. Sul quale collaborarono grandi firme come D’Annunzio e Carducci.

 

Nel 1861 Matilde ed il marito lasciarono la testata e con i soldi che racimolarono decisero di fondare un altro giornale, il Mattino.

 

Nel 1900 la firma di Matilde fu estromessa dal giornale e causa di alcuni problemi mediatici, ma lei non demorse e si occupò di una rivista che si chiamava la Settimana, con la quale però non ebbe molto successo.

 

Nel 1903 lasciò il marito per congiungersi con un altro giornalista, Giuseppe Natale. In questo periodo decise di aprire e dirigere un nuovo quotidiano, il Giorno. Così da diventare   la prima donna italiana capace di fondare e dirigere una testata giornalistica.

 

Dopo la morte di Scarofiglio sposò Natale, e soggiunta anche la morte di quest’ultimo, rimase sola   sentimentalmente ma continuò il suo lavoro letterario e giornalistico con la stessa vitalità di prima.

Morì sulla sua scrivania, nel 1927 mentre stava scrivendo un articolo.

 

Matilde è stata una delle prime donne capace di dimostrare in una società prettamente maschilista, che il così detto “sesso debole” non esiste e che essere donna significa riuscir a poter fare e gestire molte cose insieme.

 

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La storica nascita della Nutella…

E’ la crema spalmabile più venduta e mangiata al Mondo e la produzione e ideazione è tutta italiana. Alimento INDISPENSABILE (ma purtroppo troppo calorico ) nelle nostre dispense, ecco a voi cari lettori, la storia della Nutella.

Siamo nell’Italia del dopo guerra, il 1946. La Nazione è povera, triste e porta con se gli strascichi di un conflitto mondiale che ha sterminato milioni di persone e un giovane Pietro Ferrero, pasticcere piemontese, idea e crea una pasta dolce con nocciole e zucchero e con il poco cacao che possedeva. Gli da la foma di panetto   ideale da spalmare sul pane e la chiama “Gianduiot”, dal nome di una maschera tipica piemontese.

 

 

Il 14 maggio 1946 viene fondata ufficialmente la ditta dolciaria Ferrero.

 

Sono gli anni 50’, la nazione comincia a riprendersi e Ferrero con passione, dedizione ed amore, cerca di dare un nuovo volto e consistenza a quella crema nata per sopperire al poco cacao rimasto in circolazione. Nasce così la Super Crema, che sostituisce il Gianduiot e che sarà l’antenata della Nutella come la conosciamo oggi.

 

Passa quasi un decennio, e sono gli anni 60’, anni del boom economico. La Ferrero in produzione ormai da anni, continua a produrre ma al timone c’è Michele Ferrero che   attraverso il suo estro creativo che geneticamente lo contraddistingue (poiché il figlio di Pietro) inventa una crema a base di nocciole e cacao e la chiama Nutella.

 

La crema è buona, il suo vasetto ( o packing come lo chiameremo oggi) è caratteristico ed è subito successo, tanto da sbarcare in Germania e conquistare anche il cliente più esigente.

 

E’ il 1966 e il fenomeno NUTELLA è senza confini,   anche in territorio francese è gran successo .

 

Passano gli anni e siamo negli anni 70’(più precisamente il 1978) e la sua fama ha già conquistato tutta l’Europa anzi tutto il vecchio continente. Gloriosa del proprio successo non si ferma e raggiunge anche l’Australia e a Lithgow ( vicino Sidney)apre il primo stabilimento fuori dall’Europa.

 

Numerosi sono gli eventi a cui Nutella ha dato vita, ma la curiosità più grande sono le quantità industriale con le quale è prodotta e venduta .

 

La Nutella sembra non avere tempo, conquista tutti da generazioni perché in fondo si sa :”che vita sarebbe senza Nutella?”.

Flavia

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L’Italia il Paese dove Svapare equivale a PAGARE…

Cari lettori, come sapete il mio Blog si occupa di analizzare e portarvi a conoscenza le mode che colpiscono incisivamente la nostra società, per questo oggi   dedicherò questo articolo ad una moda che colpisce il nostro stivale e non solo : LA SIGRETTA ELETTRONICA.

 

 

Per chi ancora non lo sapesse la sigaretta elettronica è l’unico “antidoto” al tradizionale tabacco. Il suo utilizzo ha aiutato molti schiavi del fumo ad uscire dalla dipendenza.

Molti Stati dell’ Unione Europea, soprattutto la Gran Bretagna,   hanno accertato scientificamente che il consumo   limita notevolmente i rischi provocati dalla normale industria del tabacco.

 

 

Ultimamente, però, in   Italia dove ogni moda è un’idea per una nuova tassa ( mi chiedo come mai ancora non ci abbiano tassato sull’aria che respiriamo, forse ne stanno ancora cercando il modo!), è stata proposta ed approvata una legge che prevede la tassazione sul liquido, che contenga o meno nicotina,   che si inserisce all’interno della sigaretta per utilizzarla.

 

La vendita del liquido oltre ad essere tassata è stata vietata on line “E’ vietata la vendita a distanza di prodotti da inalazione senza combustione costituiti da sostanze liquide, contenenti o meno nicotina ai consumatori che acquistano nei territori dello Stato” ecco, in dettaglio   quello che recita l’articolo.

 

I negozi potranno vendere solo sotto l’attento controllo del Monopolio di Stato flaconi contenenti nicotina o meno.

 

La tassa ammonta a 5 euro ogni 10 millimetri, poco meno di 500 euro a litro. Cinquecento euro per un litro di liquido che ne costa venti.

 

Questa tassazione ha creato non poco trambusto non solo all’interno del Mondo degli Svapatori, ma in tutta la Nazione.

 

Le conseguenze che provocherà sono molto più traumatiche e tristi di quelle che possiamo immaginare. Milioni di licenziamenti e di negozi chiusi. Cifre che dovrebbero far ragionare, teoricamente, uno Stato dove il problema disoccupazione è una piaga perenne.

 

Un’altra conseguenza, drammatica per noi comuni cittadini, forse un po’ meno per lo Stato, è il preannunciato ritorno di gran parte della popolazione alla vecchia e deleteria industria del tabacco, che ricordo miete vittime che fumano e che lo inalano anche solo passivamente.

 

Insomma mentre tutta Europa predilige lo Svapo pubblicizzando ed agevolando questo tipo consumo.

 

In Italia, che si sa, è il Paese della controtendenze viene tassato. Poco ci importa se causiamo licenziamenti di padri di famiglia, o la morte di milioni di persone. Tanto cercheremo di curarci con farmaci oncologici che ci permetteremo, come già successo, aumentando  le tasse sulle sigarette.

Insomma in Italia è meglio tassare che prevenire!

Flavia

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I Gemini: la rock band di Anagni

“La musica, bella o brutta, seria o ignorante, santa o puttana, è lunga. E non ti abbandona. E’ il rumore dell’anima. E ti si attacca alla pelle e al cuore per non lasciarti più”.

Mina

 

 

Cari lettori, ho scelto questa citazione di Mina, per raccontarvi la storia di una giovane rock band italiana che vive grazie a due amori: quello per la musica e quello che li lega visceralmente, per la loro   famiglia. Sono i Gemini, nascono nel 2002 ad Anagni( in provincia di Frosinone). La band fondata da   i fratelli Antonio ed Andrea Sambalotti , ha incorporato con il tempo anche il cugino Marco Sambalotti.

Dal vivo la band conta   anche le presenze di Alessandro Cipriani, Mauro Arduini ed Alessio Rossetti.

 

Cresciuti con la buon musica, ascoltata sin da bambini, decidono di non perder tempo e lanciarsi. Nel 2011 autoproducono il primo album “PerAsperaadAspra”.

 

Il loro amore per la musica è tale che li fa lavorare a lungo e duramente, ma li ricompensa   dandogli la possibilità di calcare scenari importanti e di condividerli   con artisti già   affermati come Ettore Di liberto (leader delle custodie cautelari), O Zulù (dei 99posse) e con il comico Enzo Salvi.

 

Nel 2012 firmano il primo contatto con la casa discografica Top Record Milano, con la quale incidono un l’EP “Fuori di testa “che li conduce ad essere per quattro mesi   protagonisti di classifiche importanti come quelle Sorrisi e Canzoni e Mondadori.

 

“Senza averti accanto” è titolo del brano tratto da quest’album, con il quale parteciperanno alla manifestazione Sanremo Social 2.0.

 

A Perugia aprono il concerto dedicato a Lucio Dalla insieme con Pierdavide Carone, Richy Portera e Custodie Cautelari.

 

Nel 2012 pubblicano anche il singolo “Per sempre” che viene proposto alle selezioni di Sanremo 2013. Sempre in quegli anni registrano un altro singolo a Londra che darà vita al nuovo EP “ Chissà che Sarà”.

 

Ma i Gemini sono un gruppo sensibile e trovano gratificazione ed ispirazione facendo beneficenza ed esibendosi nelle carceri per i detenuti di Rebibbia e per i quali scrivono un nuovo singolo “Tu resterai solo”. Da questa esperienza saranno gli autori delle musiche di uno spettacolo teatrale “Lettere ad un giovane detenuto” andato in scena al Teatro delle Muse a Roma.

 

Nel 2014 solcano il palco dell’Ariston, partecipando al concorso Area Sanremo con il singolo “Dimmi che ci sei” che purtroppo non passa la selezione finale ma che conquista la giuria   conquistando Roby Facchinetti e Giusy Ferreri.

La loro carriera conta anche collaborazioni importanti come quella con Alberto Rochetti (tastierista di Vasco Rossi) e Mario Schirò produttore artistico.

 

I Gemini sono artisti di vecchio stampo, fanno musica e la portano per strada, nelle piazze, amano regalare le emozioni che vivono loro stessi quando compongono i loro brani.   Si lasciano ispirare da tutto ciò che ascoltano e lo fanno con maestria, mescolando ogni nota con qualcosa di personale , la loro musica profuma di speranza, vita ed amore.

 

Il loro immediato futuro prevede un nuovo album con nuove ed emozionanti storie da raccontare.

 

Sono giovani ma sanno ciò che vogliono. Sognano di arrivare lì, sull’Olimpo della Musica Italiana perché hanno tanto da dire, e un vulcano di emozioni da trasmettere.

Vi linko i canali dove li potete trovare:

Flavia

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La befana vien di notte, si ma perchè ha tutte le scarpe rotte??

Tra qualche giorno concluderemo il ciclo delle feste natalizie (finalmente) con l’epifania, e dopo aver scritto la vera storia di Babbo Natale mi sembra legittimo far lo stesso con colei che invece conclude ogni festività: la Befana.

 

Siamo abituati ad associare alla Befana, una vecchietta dall’aspetto non molto gradevole. Il suo look come anche recita la filastrocca “…la befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…” non è neanche tra i più sofisticati, ma nonostante tutto i bambini ogni notte tra il 5 ed il 6 gennaio l’aspettano con trepidazione. Ma perché la Befana è una vecchietta dall’aspetto trasandato? E perché arriva il proprio il 6 gennaio? E come mai porta dei doni che sono sempre contenuti in una calza? Queste sono solo due delle questioni che ognuno di noi, almeno una volta nella vita si è posto ed alle quali io con questo articolo vorrei rispondere!

 

L’origine di questa festività fu connessa ad un insieme di riti agricoli propiziatori per i campi che con l’inizio di un nuovo anno iniziavano a prepararsi per un nuovo raccolto.

I Romani continuarono a celebrare tale tradizione.

Con il passare degli anni e l’inizio del contrasto tra cattolici e pagani la Chiesa condannò tutte le festività non religiose tra cui la befana , tanto da renderla umana infatti assumesse l’aspetto di una povera vecchietta con una scopa( antico simbolo che rappresentava la purificazione delle case e delle anime in previsione della nuova stagione).

 

Successivamente fu   accettata dal Cattolicesimo come una sorta di dualismo tra il bene ed il male.

 

Nel 1928 in concomitanza con il periodo fascista si celebrava una befana un po’ politica “la Befana fascista dove venivano distribuiti regali ai bambini delle classi meno abbienti, cosa che si protrasse anche successivamente tal periodo ma solo nella Repubblica Sociale italiana.

Alcune leggende legano la Befana ad i Re Magi, infatti narrano, che i tre uomini non riuscendo a trovare la strada per Betlemme chiesero aiuto ad una vecchietta che sgarbatamente rifiutò di ascoltarli e che pentitasi subito dopo del   gesto poco carino preparò un sacco pieno di dolci e si mise in loro ricerca, fermandosi in ogni casa a donare dolciumi ad i bambini nella speranza che qualcuno di loro fosse Gesù.

 

Chiarita la questione del personaggio ora rimane un punto sul quale fare luce, la calza, storico presente della Befana.

 

La vecchietta porta tradizionalmente i suoi doni contenuti dentro delle calze che i bambini di ogni tempo appendevano nel punto più in vista della casa.

 

La scelta di questo indumento è da ricollegarsi alla praticità poiché le calze  da sempre   sono uno degli indumenti indispensabili durante la stagione fredda   e inoltre contenitori perfetti a disposizione di qualsiasi persona.

 

 

Dunque la Befana non è altro che una vecchietta portafortuna. Un piccolo auto incoraggiamento per un anno che dobbiamo ancora vivere, con la solita ma unica speranza che possa essere migliore di quello che abbiamo già affrontato e   che possa regalarci tanta serenità, con questo vi auguro buon Anno e buona Epifania.

Flavia

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Babbo Natale e la sua (VERA) storia

Quando ero bambina ed arrivava Natale il mio più grande desiderio era quello di vedere scender giù dal mio camino Babbo Natale. Negli anni purtroppo sono cresciuta e come tutti i bambini che abbandonano un mondo fiabesco nel quale il bene prevarica sempre sul male, i miei genitori sono stati costretti a darmi la brutta notizia. Babbo Natale NON ESISTEVA. In tutto questo tempo mi sono sempre chiesta com’è che milioni di bambini riuscissero ad immaginare ed idealizzare questo vecchietto dalla lunga barba bianca che arrivava sempre e solo a Natale.

Essendo ormai cresciuta, ho deciso di fare quello che avrei voluto fare ad i tempi, scoprire la VERITA’. Ed è per questo che oggi voglio condividere con voi la VERA storia di Babbo Natale.

 

In realtà Babbo Natale ha origine da un uomo anzi da un Santo, San Nicola.

Uomo greco del 280 d.C che divenne vescovo di Mira cittadina dell’Asia Minore (attuale Turchia), difensore della fede cristiana negli anni in cui il cristianesimo era ragione di persecuzione . L’iconografia ha tramandato molte sue immagini, ma nessuna simile all’attuale figura di Babbo Natale, uomo cicciotto e dalla barba bianca.

 

Dopo la morte avvenuta il 6 Dicembre di un anno non perfettamente identificato del IV secolo, la figura del Santo spopola tra i cristiani tanto da diventare protettore dei bambini e dispensatore di doni. Le ragioni di questa attribuzione sono da ricollegarsi a delle leggende diffuse in Europa nel 1200.

La prima narra la storia   di un giovane vescovo, Nicola per l’appunto, che riuscì a salvare tre povere ragazze dalla prostituzione   facendo recapitare in segreto tre sacchi d’oro al padre che salvandosi dai   dai debiti potette assicurare loro una dote.

La seconda, invece, racconta che Nicola recatosi in una locanda il cui proprietario in precedenza aveva ucciso tre ragazzi, fatti a pezzi, messi sotto sale e serviti come cibo agli ignari clienti. Smascherò il delitto e compì il miracolo di far resuscitare le vittime.

 

Questo santo, attraversa i secoli ed   ogni 6 di dicembre puntuale come un orologio svizzero porta regali ad i bambini buoni e punisce quelli che non si sono comportati bene . Percorre un così lungo lasso di tempo, si scontra con quella che è la storia e la società che cambia . Proprio per queste ragioni durante il Cinquecento, periodo nel quale la Riforma Protestante aveva vietato il culto dei santi, perde il primato ed i regali che avrebbe dovuto recapitare passano d essere recapitati il 25 di Dicembre per conto di Gesù Bambino che però, a differenza del santo non lo si può far immaginare ad i bambini come figura che punisce.

Per questo si pensò, di far si che ad i bambini non fosse Gesù Bambino a mandare i doni ma un   aiutante forzuto, nacquero così   nel mondo germanico alcune figure tra il folletto ed il demone capaci d’intimorire i bimbi più cattivi.

Sembra impensabile ma   anche da questo nasce la figura del nostro Babbo Natale.

 

Con la scoperta del Nuovo Mondo gli immigrati nord europei portarono con loro queste leggende.

Nell’Ottocento, grazie ad alcuni poeti intenti a stabilire anche in America il Natale inteso come festa per le famiglie si riprese e rivisitò   il culto di San Nicola, ribattezzandolo Santa Claus. Lo resero un po’ più laico e magico tanto da rendergli possibile l’attraversata dei cieli con partenza dal Polo Nord e di una slitta trainata da otto   renne volanti.

 

Una volta standardizzata in America la figura di Santa Claus, ritorna anche in Europa, dove si afferma grazie alla pubblicità di una bevanda americana, la Coca Cola, ed ad i soldati americani sbarcati per salvare e ricostruire l’Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Di lì a poco il volto di Babbo Natale verrà legato con l’immagine della rinascita dell’Europa.

 

Ed ecco la storia del “nonnino” più famoso della Terra, che ho aspetto arrivare a casa mia per diversi Natali il cui solo pensiero mi riporta all’infanzia. Quando la festività del Natale non aveva nessuno stress e contorno, ma era spensieratamente Natale.

Eccomi, Io da piccola, che incontro lui… BABBO NATALE!!!

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