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La befana vien di notte, si ma perchè ha tutte le scarpe rotte??

Tra qualche giorno concluderemo il ciclo delle feste natalizie (finalmente) con l’epifania, e dopo aver scritto la vera storia di Babbo Natale mi sembra legittimo far lo stesso con colei che invece conclude ogni festività: la Befana.

 

Siamo abituati ad associare alla Befana, una vecchietta dall’aspetto non molto gradevole. Il suo look come anche recita la filastrocca “…la befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…” non è neanche tra i più sofisticati, ma nonostante tutto i bambini ogni notte tra il 5 ed il 6 gennaio l’aspettano con trepidazione. Ma perché la Befana è una vecchietta dall’aspetto trasandato? E perché arriva il proprio il 6 gennaio? E come mai porta dei doni che sono sempre contenuti in una calza? Queste sono solo due delle questioni che ognuno di noi, almeno una volta nella vita si è posto ed alle quali io con questo articolo vorrei rispondere!

 

L’origine di questa festività fu connessa ad un insieme di riti agricoli propiziatori per i campi che con l’inizio di un nuovo anno iniziavano a prepararsi per un nuovo raccolto.

I Romani continuarono a celebrare tale tradizione.

Con il passare degli anni e l’inizio del contrasto tra cattolici e pagani la Chiesa condannò tutte le festività non religiose tra cui la befana , tanto da renderla umana infatti assumesse l’aspetto di una povera vecchietta con una scopa( antico simbolo che rappresentava la purificazione delle case e delle anime in previsione della nuova stagione).

 

Successivamente fu   accettata dal Cattolicesimo come una sorta di dualismo tra il bene ed il male.

 

Nel 1928 in concomitanza con il periodo fascista si celebrava una befana un po’ politica “la Befana fascista dove venivano distribuiti regali ai bambini delle classi meno abbienti, cosa che si protrasse anche successivamente tal periodo ma solo nella Repubblica Sociale italiana.

Alcune leggende legano la Befana ad i Re Magi, infatti narrano, che i tre uomini non riuscendo a trovare la strada per Betlemme chiesero aiuto ad una vecchietta che sgarbatamente rifiutò di ascoltarli e che pentitasi subito dopo del   gesto poco carino preparò un sacco pieno di dolci e si mise in loro ricerca, fermandosi in ogni casa a donare dolciumi ad i bambini nella speranza che qualcuno di loro fosse Gesù.

 

Chiarita la questione del personaggio ora rimane un punto sul quale fare luce, la calza, storico presente della Befana.

 

La vecchietta porta tradizionalmente i suoi doni contenuti dentro delle calze che i bambini di ogni tempo appendevano nel punto più in vista della casa.

 

La scelta di questo indumento è da ricollegarsi alla praticità poiché le calze  da sempre   sono uno degli indumenti indispensabili durante la stagione fredda   e inoltre contenitori perfetti a disposizione di qualsiasi persona.

 

 

Dunque la Befana non è altro che una vecchietta portafortuna. Un piccolo auto incoraggiamento per un anno che dobbiamo ancora vivere, con la solita ma unica speranza che possa essere migliore di quello che abbiamo già affrontato e   che possa regalarci tanta serenità, con questo vi auguro buon Anno e buona Epifania.

Flavia

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Babbo Natale e la sua (VERA) storia

Quando ero bambina ed arrivava Natale il mio più grande desiderio era quello di vedere scender giù dal mio camino Babbo Natale. Negli anni purtroppo sono cresciuta e come tutti i bambini che abbandonano un mondo fiabesco nel quale il bene prevarica sempre sul male, i miei genitori sono stati costretti a darmi la brutta notizia. Babbo Natale NON ESISTEVA. In tutto questo tempo mi sono sempre chiesta com’è che milioni di bambini riuscissero ad immaginare ed idealizzare questo vecchietto dalla lunga barba bianca che arrivava sempre e solo a Natale.

Essendo ormai cresciuta, ho deciso di fare quello che avrei voluto fare ad i tempi, scoprire la VERITA’. Ed è per questo che oggi voglio condividere con voi la VERA storia di Babbo Natale.

 

In realtà Babbo Natale ha origine da un uomo anzi da un Santo, San Nicola.

Uomo greco del 280 d.C che divenne vescovo di Mira cittadina dell’Asia Minore (attuale Turchia), difensore della fede cristiana negli anni in cui il cristianesimo era ragione di persecuzione . L’iconografia ha tramandato molte sue immagini, ma nessuna simile all’attuale figura di Babbo Natale, uomo cicciotto e dalla barba bianca.

 

Dopo la morte avvenuta il 6 Dicembre di un anno non perfettamente identificato del IV secolo, la figura del Santo spopola tra i cristiani tanto da diventare protettore dei bambini e dispensatore di doni. Le ragioni di questa attribuzione sono da ricollegarsi a delle leggende diffuse in Europa nel 1200.

La prima narra la storia   di un giovane vescovo, Nicola per l’appunto, che riuscì a salvare tre povere ragazze dalla prostituzione   facendo recapitare in segreto tre sacchi d’oro al padre che salvandosi dai   dai debiti potette assicurare loro una dote.

La seconda, invece, racconta che Nicola recatosi in una locanda il cui proprietario in precedenza aveva ucciso tre ragazzi, fatti a pezzi, messi sotto sale e serviti come cibo agli ignari clienti. Smascherò il delitto e compì il miracolo di far resuscitare le vittime.

 

Questo santo, attraversa i secoli ed   ogni 6 di dicembre puntuale come un orologio svizzero porta regali ad i bambini buoni e punisce quelli che non si sono comportati bene . Percorre un così lungo lasso di tempo, si scontra con quella che è la storia e la società che cambia . Proprio per queste ragioni durante il Cinquecento, periodo nel quale la Riforma Protestante aveva vietato il culto dei santi, perde il primato ed i regali che avrebbe dovuto recapitare passano d essere recapitati il 25 di Dicembre per conto di Gesù Bambino che però, a differenza del santo non lo si può far immaginare ad i bambini come figura che punisce.

Per questo si pensò, di far si che ad i bambini non fosse Gesù Bambino a mandare i doni ma un   aiutante forzuto, nacquero così   nel mondo germanico alcune figure tra il folletto ed il demone capaci d’intimorire i bimbi più cattivi.

Sembra impensabile ma   anche da questo nasce la figura del nostro Babbo Natale.

 

Con la scoperta del Nuovo Mondo gli immigrati nord europei portarono con loro queste leggende.

Nell’Ottocento, grazie ad alcuni poeti intenti a stabilire anche in America il Natale inteso come festa per le famiglie si riprese e rivisitò   il culto di San Nicola, ribattezzandolo Santa Claus. Lo resero un po’ più laico e magico tanto da rendergli possibile l’attraversata dei cieli con partenza dal Polo Nord e di una slitta trainata da otto   renne volanti.

 

Una volta standardizzata in America la figura di Santa Claus, ritorna anche in Europa, dove si afferma grazie alla pubblicità di una bevanda americana, la Coca Cola, ed ad i soldati americani sbarcati per salvare e ricostruire l’Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Di lì a poco il volto di Babbo Natale verrà legato con l’immagine della rinascita dell’Europa.

 

Ed ecco la storia del “nonnino” più famoso della Terra, che ho aspetto arrivare a casa mia per diversi Natali il cui solo pensiero mi riporta all’infanzia. Quando la festività del Natale non aveva nessuno stress e contorno, ma era spensieratamente Natale.

Eccomi, Io da piccola, che incontro lui… BABBO NATALE!!!

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Santa Lucia: la vera storia tra cuccia ed arancine…

Il tredici Dicembre in tutta Europa si festeggia Santa Lucia, ultima festività che precede quella del Santissimo Natale.

 

La storia di Santa Lucia è travagliata e dolorosa. Nacque nel XIII secolo a Siracusa, in Sicilia, di buona famiglia è promessa sposa ad un suo concittadino, destinata quindi   ad un futuro roseo, per quel tempo, di moglie e madre.

La sua vera storia inizia quando la madre si ammala e Lucia per chiedere la grazia della guarigione si reca a Catania sulla tomba di Sant’Agata. Quest’ultima apparendole le predice il suo cammino, dovrà dedicarsi ad i poveri e morirà per la sua fede. Ritornata a Siracusa, accertatasi della guarigione della madre, lascia il fidanzato e si reca nelle catacombe ad aiutare i poveri, donando loro quella che sarebbe dovuta essere la sua dote. Il fidanzato, scioccato da questi eventi, non comprendo le ragioni di queste scelte, la indica alle autorità dell’epoca come   cristiana, facendola così perseguitare.

Lucia una volta identificata non fatica ad   affermare davanti alle autorità la sua   fede ed il suo essere cristiana e viene condannata a morte. Prima di essere trascinata via predice all’imperatore che da lì a poco morirà e che le persecuzioni cesseranno, cosa che dopo qualche anno accadde veramente .

 

Santa Lucia è inoltre la Santa protettrice degli occhi. La leggenda narra che Lucia abbia fatto innamorare un ragazzo che abbagliato dalla bellezza dei suoi occhi glieli abbi chiesti in regalo. E lei glieli donò ma dopo averlo fatto miracolosamente le ricrebbero ancora più belli di prima. Il giovane allora chiese anche questi in regalo ma la giovane rifiutò così venne accoltellata al cuore.

 

Il giorno nel quale viene festeggiata è il 13 Dicembre, ogni cultura ha una tradizione che rispetta ci sono posti come nell’ Italia del Nord dove i bambini le scrivono delle letterine dicendo che sono stati buoni per tutto l’anno e pregandola di ricevere buoni doni. Addirittura in Svezia e Danimarca è abitudine che il tredici mattina la figlia maggiore si vesta con una tunica bianca e una sciarpa rossa in vita, con il capo coronato da un intreccio di rami verde e sette candeline, porti caffè ad i familiari, accompagnata dalle sorelle minori   vestite anche loro con tunica e cintura bianche.

 

In Sicilia invece Santa Lucia è una festa molto sentita, infatti è la patrona della città di Siracusa. Ha un posto d’onore anche nel culto religioso palermitano, infatti si astengono anche loro dal cibarsi di pane e pasta in ricordo del miracolo che compì, per liberare Siracusa dalla carestia.

 

Si racconta che fece arrivare un carico di grano in città e data la   gran fame degli abitanti lo consumarono direttamente così, bollito con un po’ di olio. Questo sarà un piatto che entrerà nella tradizione e si chiamerà CUCCIA.

Chiaramente con il tempo e con le contaminazioni tra città la sua preparazione è cambiata. La cuccia soprattutto nel palermitano, non è più un piatto povero che ricorda la pestilenza ma somiglia più ad un dolce e si prepara con grano bollito con crema di ricotta e scaglie di cioccolato.

 

Un altro alimento che sostituisce, nel palermitano, ma ormai in tutta la Sicilia e non solo il pane e la pasta per il giorno di santa Lucia è l’ARANCINA. La sua origine è vaga come forse è vaga la sua etimologia che ha interrogato anche l’accademia della Crusca. Tuttavia si fa risalire l’origine di questa pietanza alla dominazione araba, infatti loro avevano l’uso di appallottolare il riso con lo zafferano e condirlo con carne di agnello creando delle polpette. Tutte le polpette nel Mondo arabo richiamavano la frutta e per questo speciale impasto si pensa che scelsero un nome che richiamasse   l’agrumo di cui era ricca l’isola, l’arancia.

 

 

                                    Flavia

 

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L’albero di Natale, il tradizionale addobbo di Natale.

Cari lettori, come vi avevo annunciato sul mio articolo riguardante la storia del panettone, per questo mese ho scelto di dedicarmi, quasi esclusivamente alle tradizioni culinarie che riguardano le feste, ed allo stesso modo mi piacerebbe fare un excursus su quelle che sono le TRADIZIONI, italiane e non, più importanti   del periodo natalizio.

 

Il “rito” sul quale vorrei soffermarmi e proprio quello dell’albero di natale, con il quale ,nell’immaginario comune, si da inizio al periodo delle festività.

 

Tradizione vuole che l’istallazione debba compiersi tra giorno 7 e giorno 8 di dicembre.

 

Alla base della storia di questi alberi vi sono usanze che riguardano varie culture, ad esempio, i Celti decoravano degli alberi durante la celebrazione del solstizio d’inverno. I Vichinghi quando il sole spariva, durante la notte più lunga dell’anno, per auspicarsi il ritorno della luce preparavano un abete rosso che credevano magico, poiché anche d’inverno resisteva al grane freddo. Alcuni di loro usavano anche portare nelle loro case alberi di abete e decorarli con frutti ricordando la fertilità che la primavera avrebbe riportato. Anche i Romani usavano decorare rami di pino durante le calende di gennaio (il primo giorno di quel mese).

 

L’avvento del Cristianesimo, diede all’albero una valenza più religiosa infatti si identificava nell’albero addobbato per Natale il simbolo di cristo o secondo altre leggende quello dell’albero della vita di cui parla la Bibbia che cresceva nell’eden. Anche se in origine i cristiani preferirono utilizzare l’agrifoglio che simbollegiava la corona di Cristo.

 

Il Medioevo intese l’albero di natale come una prefigurazione della rivelazione cristiana, ma anche come una rinascita dalla vita dopo l’inverno.

 

L’uso moderno dell’albero di natale si ebbe secondo alcuni a Tallin in Estonia nel 1441quando fu eretto un grande abete in piazza del Municipio, attorno al quale giovani scapoli(uomini e donne)ballavano alla ricerca dell’anima gemella. Tradizione ripresa nella germani del quindicesimo secolo.

Secondo altri l’abete come lo conosciamo oggi sarebbe originario della regione di Basilea in Svizzera dove se ne trovano tracce risalenti al tredicesimo secolo. Altri ancora pensano che l’abete moderno sia nato in Germania nel 1611,dalla duchessa di Breig, che secondo la leggenda aveva fatto adornare il castello per festeggiare il Natale ma si accorse che un angolo dell’edifico era rimasto vuoto e per questo ordinò di prendere un abete dal giardino e di farlo trapiantare in un vaso e collocarlo all’interno di quell’angolo.

 

In Italia il primo albero di Natale fu realizzato nel Quirinale dalla Regina Margherita e da lei la moda si diffuse in tutto il Paese nel corso del Novecento.

Oggi l’albero di Natale è l’addobbo natalizio per antonomasia, viene installato nelle piazze di tutto il Mondo, rendendole ancora più belle e creando un’atmosfera quasi fiabesca.

Ecco a voi qui di seguiti alcuni degli alberi realizzati quest’anno in Italia ed all’Estero.

 

Flavia

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Il dolce leggendario per eccellenza : sua maestà il PANETTONE

Tra poche settimane sarà Natale e le nostre tavole si imbandiranno di cibi e piatti tradizionali, per questo durante il corso di questi giorni, nella sezione del mio   Blog “Flavia food” ripercorrerò le tradizioni culinarie della mia terra (la Sicilia) e non solo, cercherò di fare un breve excursus culinario che percorra altre regioni d’Italia.

 

Inizierò da quella che è una trazione dolciaria lombarda ma che considero una tradizione tipica ormai di tutto il Paese e non solo, infatti, nel corso del tempo si è affermato come tradizione dolciaria anche all’Estero diventando il RE delle tavole natalizie.

 

Ovviamente sto parlando   del PANETTONE.

 

 

La nascita del panettone, come vi anticipavo, è di fattura lombarda sulle origini della ricetta vi sono delle leggende.

 

La prima riguarda un tale Messer Ulivo degli Atellani, che innamoratosi della figlia di un fornaio (Algisa) si fede assumere dal padre di lei come garzone del forno. Per incrementare le vendite inventò un nuovo dolce. Con la migliore farina del mulino impastò le uova, il burro e l’uva sultanina, poi lo infornò e proprio da questo impasto nacque un dolce che da subito ebbe un’enorme successo.

 

La seconda leggenda, abbandona la verve romantica della prima   e cede il posto a qualcosa di più storico . Narra, infatti, che al cuoco a servizio di Ludovico il Moro fu incaricato di preparare il pranzo di Natale al quale era invitata tutta la nobiltà di Milano e dintorni . Purtroppo però, nella frenesia della preparazione il dolce, essendo stato dimenticato nel forno, si carbonizzò. E fu cosi che un piccolo sguattero di nome “Toni” propose una sua soluzione al cuoco. Prese ciò che era rimasto in dispensa: farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta e infornò il composto. A palazzo, dopo averlo assaggio l’entusiasmo pervase il Duca   ed i suoi commensali che incuriosi chiesero al cuoco il nome della prelibatezza appena servita ed lui rispose “Pan del Toni” da ciò il nome Panettone.

 

Queste sono solo le più accreditate di alcune delle tante leggende ideate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per nobilitare il vanto della gastronomia milanese.

 

La realtà storiche fanno risalire più saldamente la vera nascita del panettone al   Medioevo. Periodo nel quale si usava mangiare per Natale un pane   ricco, diverso da quello che si consumava tutti i giorni. Proprio da questo pane evolvendosi nacque il panettone fino a   diventare la ricetta che conosciamo anche noi. Ad esempiol’utilizzo del lievito è da ricollegarsi solo al 1853 e quello dei canditi è del 1854.

 

Fino al 1900 anche la forma era diversa , il panettone era dunque solo un grosso pane da tagliare il giorno di Natale.

Fu nel 1920 che Angelo Motta (fondatore dell’omonima azienda alimentare) decidette di fasciarlo con carta di paglia per dargli uno slancio verticale, da questa idea si sviluppò il panettone-fungo, che divenne   formato leader, per molti anni, nella produzione industriale.

 

Il Panettone, realizzato artigianalmente o industrialmente con i più vari tipi di farine, impasti   e farciture è uno dei dolci che da secoli accompagna i Natali di tutti noi. Non ricordo Natale o anche periodo natalizio senza le calorie del panettone, e vista la sua storica anzi no, leggendaria fama sono sicura che la sua produzione resisterà ancora nel tempo.

Flavia

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Il vermouth dell’Unità

                               È la storia che si intreccia nella storia, quella dell’azienda torinese Cinzano, leader nella produzione di bevande alcoliche.

A dare vita a questo successo mondiale furono i campi di Pecetto Torinese (paesino in provincia di Torino) del diciottesimo secolo, dai quali nacque la produzione di rosolio(liquore tratto da petali di rosa).

La produzione al pubblico, nacque in un confettificio sito  al centro di Torino, in via Dora Grossa (attuale via Garibaldi ).

La produzione e storia della Cinzano si intrecciano con quella reale, poiché i prodotti conquistarono la Casata Reale, tanto da diventarne fornitori ufficiali. E pian piano insediandosi nel mercato italiano tanto da diventarne leader nel settore.

Proprio per questo, il marchio Cinzano è simbolo dell’Italia che diventa Nazione.

Adeguata è  dunque la sede che ospita la mostra Cinzano a Palazzo Carignano (prima sede del parlamento italiano) a Torino, dove si possono trovare ancora per qualche mese le prime campagne pubblicitarie del brand, che lo hanno reso famoso.

Il tricolore che abbraccia il Made in Italy.

FLAVIA

 

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Il cannolo Siciliano crocevia di tradizioni

Entrando in una pasticceria Siciliana, una delle prelibatezza che colpisce all’occhio e poi al palato è il famosissimo cannolo. Dolce tipico, per l’appunto della Sicilia, ma che con il tempo è riuscito a conquistare tutto lo Stivale e non solo. Infatti, è uno dei dolci con il quale si identifica all’estero  tutta la pasticceria italiana.

Siamo abituati a vederlo e mangiarlo ma quasi nessuno conosce l’origine e la storia di questa prelibatezza.

Sulla nascita del cannolo vi sono tante leggende, di certo si può sostenere che la storia di questo dolce sia facilmente riconducibile alla ricca storia culturale siciliana.

L’unica certezza è che fosse un dolce tipico del periodo di carnevale, infatti, secondo un’antica leggenda il nome potrebbe essere attribuibile ad uno scherzo carnevalesco che consisteva nel far fuoriuscire dal “cannolo” ovvero rubinetto  la crema di ricotta al posto dell’acqua.

Anche se vi è un’altra variante di pensiero che attribuisce il nome alle canne da fiume nelle quali la  cialda veniva arrotolata fino a poco tempo fa.

Si narra, che la produzione vera e propria sia attribuibile  alle donne dell’Harem del castello delle donne del signore sito in quel che oggi è il comune di   Caltanisetta. In realtà sembrerebbe che queste donne si ispirassero ad un dolce di origine romana.

Le concubine  di questo harem durante l’assenza dei loro uomini, per ingannare l’attesa, si dedicavano alla preparazione di cibi e dunque  rielaborarono la  ricetta latina, cambiando   forma  al dolce e creandone una vagamente fallica, omaggio per i loro compagni.

 

Successivamente con la fine del dominio arabo scomparvero anche gli harem ma qualche donna rimasta, convertitasi alla fede cristiana, si  ritirò nei monasteri nisseni portando con se varie ricette e tra queste vi era quella del cannolo. Ed è per questo che che  dopo un iter così elaborato si attribuisce   la ricetta del cannolo, odierna,  alle suore di un convento di clausura nei pressi di Caltanisetta.

Il cannolo, dunque non è un dolce qualunque,  è l’insieme dei sapori, e della cultura che è approdata nel corso della storia  sulla nostra bella isola.

Flavia

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La grinta dei Red Cobra: l’hockey in carrozzina

Passione, dedizione e sacrificio, la formula magica che muove l’associazione sportiva ASD Red Cobra Palermo.

 

Red Cobra è un’associazione sportiva di hockey in carrozzina, nata nel 2001 a Palermo. Gli atleti che ne fanno parte sono  affetti quasi tutti da distrofia muscolare o da altre   patologie spesso degenerative che li costringono a rimanere in carrozzella, non avendo molta forza muscolare.

Ecco uno dei motivi che li ha fatti puntare sull’hockey, sport non molto diffuso, ma che dà la possibilità, con il minore degli sforzi, di poter  giocare. La loro squadra  è mista, poiché comprende una quota femminile.

Si identificano in un cobra rosso. E come il serpente, in campo attaccano le loro prede (gli avversari) con la fermezza e l’eleganza che li contraddistinguono, mantenendo sempre il rispetto per le regole del gioco. Vivono ogni match con passione infatti, come si comprende dal nome, il  colore  che li caratterizza è il rosso .

Per loro l’importante è vincere come titola il cortometraggio uscito tempo fa che li vede protagonisti   “Red Cobra l’importante è vincere”. Non puntano alla vittoria in maniera altezzosa o cattiva, come si potrebbe pensare, ma lo fanno con grinta ed onestà. La vittoria  è un traguardo importante  che come ogni buon sportivo ci insegna,  sprona a riconoscere e a superare i propri limiti. Nel loro caso vincere è ancora più importante perché li carica a far di più anche nella vita di  tutti giorni, e a non arrendersi  mai  nella battaglia più dura, quella contro la loro malattia.

I Red Cobra sono l’esempio del significato dello sport, non solo per  l’hockey in carrozzina  ma per tutte le altre discipline.

Si allenano  con costanza e dedizione (due volte a settimana ), ed affrontano spese non indifferenti, spesso non finanziate adeguatamente, solo per entrare in quel campo, e sentire la gioia di giocare.

 

Sentendo le testimonianze del capitano Giovanni D’aiuto e del difensore  Gaetano Consiglio si capisce come questo sport e questa squadra siano stati in grado di cambiare le loro vite. Gli  occhi   luccicano nel raccontare con fierezza  il loro percorso sportivo.  Fanno comprendere, a chi come me ha avuto l’onore di ascoltarli per la prima volta,  come questo sport, poco conosciuto e forse poco apprezzato dalle istruzioni, abbia donato loro  la voglia e la gioia di vivere.

Andare ad una loro partita, è un tumulto di emozioni. Si percepisce la magia dello sport, puro e pulito. La voglia di essere squadra in tutto nonostante spesso si fatichi a giocare perché mancano le forze.

 

Dagli spalti si sentono urla d’ incitazione e sostegno per ogni azione compiuta o ogni punto segnato. Il clima che regna è allegro e pieno di vita, tanto da trasportate anche gli spettatori e far vivere  un’ora di spensieratezza ed emozione.

 

 

Su facebook trovate la loro pagina io ve la linko qui https://www.facebook.com/redcobrapa/ (vi basta cliccarci sopra )

 

 

 

Flavia Gioia

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E diamo un pò di colore (la storia dello smalto)

Oggetti di moda e non solo, danno il colore giusto capace di farci esprime a pieno la personalità o l’umore di ogni donna. Io stessa ne vanto una collezione di circa ottanta pezzi. Riproposti stagionalmente da grandi firme che addirittura hanno creato vere e proprie linee. Di cosa si tratta? Ma “dell’oggetto” che fa trendy e speciale ogni donna lo SMALTO

Tutte a meno una volta nella vita lo abbiamo usato ma nessuna sa veramente come fu ideato e che percorso ha fatto per arrivare fino a noi.

La storia dello smalto per unghie è più complessa ed antica di quello che immaginiamo.

Nel 5000 a.C inizia a svilupparsi in India il concetto di cura delle unghie e così si usa l’hennè che serviva a verniciarle, affinché tramite l’unghia si riuscisse a percepire lo stato sociale delle donne.

Intorno al 3000 a.C anche i Cinesi utilizzavano lo smalto sulle unghie era una miscela a base di albume, ceramina e gomma arabica. Durante la dinastia Zhou venivano usate delle polveri di oro ed argento per ricreare i colori utilizzati dai nobili ed in base al colore si riusciva a capire lo status.

Anche gli Egizi lo usavano, Cleopatra un’esempio su tutte, rispetto all’india, però, i colori erano diversi (questa popolazione prediligeva il rosso ed ogni suo derivato), ma l’utilizzo era sempre identificativo.

Gli Inca infine furono i padri della nail art dipingendo sulle unghie disegni di aquile.

Quella per lo smalto è una tradizione antica, oserei dire storica che dal 5000 a.C arriva fino a noi.
Persa un po’ solo durante il Medioevo ma ripresa nel Rinascimento ed in epoca Vittorina nella quale diventa popolare lo smalto con olio ed un pezzo di camoscio.

Lo smalto come lo conosciamo oggi è il frutto di varie ideazioni arrivateci dal 1900.

Infatti nel 1911 un’azienda, la Cutex, ideò lo smalto liquido. Bottiglietta tappata e sigillata con pennello a parte.
Si cercava un prodotto capace di essere facile da applicare, asciugarsi subito e fare un buono odore.

Nel 1920 grazie a Michelle Menare, si idearono i colori rosso e rosa.

Ma il vero cambiamento si ha nel 1932 quando nasce il primo smalto moderno. La Revlon, produce uno smalto scintillante e cremoso ed aumenta la gamma di colori, creandone oggetto di culto nella moda.

Fino ad arrivare ad oggi dove la così  chiamata”ail art” è proprio un culto, si passa dai colori più tradizionali sino ad i più improbabili. Ogni donna può esprimere un lato della propria personalità attraverso le cromature ed i disegni più improbabili.

Flavia

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E adesso… PASTA

Simbolo di italianità nel globo, si consuma ogni giorno, ma in pochi  ne conoscono veramente le origini. Di cosa sto parlando? Della PASTA.

 

Le sue origini sono molto antiche, già  nell’età neolitica, quando l’uomo imparò a coltivare i cereali, macinarli ed impastarli con acqua. La pasta, c’è sempre stata. Il suo consumo ha attraversato  popolazione come i fenici, greci e latini che la chiamavano pastum  (farina con salsa o condimento).

 

 

Chiaramente questo alimento, nel tempo ha avuto molte evoluzioni. La prima tipologia arriva dalla Sicilia musulmana. I siciliani, seguendo una tecnica islamica usata per altri cibi, la facevano essiccare al sole, conservandola nel tempo e per poterla vendere ai mercanti saraceni con i quali loro commerciavano.

 

Durante il medioevo,  cambia il metodo di cottura e nascono nuovi formati presenti anche in età moderna. Si passa da un sistema di forno dove la pasta veniva cucinata  con il condimento come liquido di cottura, ad un sistema di bollitura che era usato già per il consumo  di altri cerali.

 

 

Nacquero  dunque nuovi formati di pasta come: rigatoni, penne e bucatini al centro-sud; mentre al centro-nord, si idearono le prime paste fresche: tortellini ravioli ed agnolotti.

 

 

Queste nuove tecniche diedero vita alle  prime botteghe dove veniva preparata professionalmente la pasta, che dal sud si espansero in tutta Italia. Nel tempo vennero aperti  anche  grandi pastifici soprattutto in città come Genova e Napoli fondamentali per il successo della pasta. Furono fondate le corporazioni di  pastai italiani, controllate e regolamentate dal Papa. Il quale stabilì a Roma, tra il 1300 ed 1400, che una bottega doveva distare dall’altra non meno di cinquanta metri  così da evitare liti tra i commercianti. Questo perché la produzione e dunque anche il consumo erano già molto diffusi in Italia ed all’estero.

 

 

Socialmente aveva anche la sua valenza. In Italia nacque come  cibo per le classi più povere infatti era consumata principalmente da contadini ad i quali serviva un alimento nutriente e leggero per lavorare la terra, diversamente all’estero era considerato cibo per ricchi. Tanto che solo in epoca moderna la pasta riuscì a varcare le varie coorti e divenire alla portata di tutti.

 

Datato  è anche l’abbinamento che incosciamente facciamo on formaggio grattugiato(parmigiano) e pomodoro.

 

 

Dunque, questo è  il piccolo, si fa per dire, viaggio che la pasta ha dovuto fare fin dalla storia dell’umanità per arrivare sulle nostre tavole e cibarci ma chissà quanta strada avrà ancora da fare e quanti altri palati e tavole delizierà con la sua presenza .

 

Flavia

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