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L’albero di Natale, il tradizionale addobbo di Natale.

Cari lettori, come vi avevo annunciato sul mio articolo riguardante la storia del panettone, per questo mese ho scelto di dedicarmi, quasi esclusivamente alle tradizioni culinarie che riguardano le feste, ed allo stesso modo mi piacerebbe fare un excursus su quelle che sono le TRADIZIONI, italiane e non, più importanti   del periodo natalizio.

 

Il “rito” sul quale vorrei soffermarmi e proprio quello dell’albero di natale, con il quale ,nell’immaginario comune, si da inizio al periodo delle festività.

 

Tradizione vuole che l’istallazione debba compiersi tra giorno 7 e giorno 8 di dicembre.

 

Alla base della storia di questi alberi vi sono usanze che riguardano varie culture, ad esempio, i Celti decoravano degli alberi durante la celebrazione del solstizio d’inverno. I Vichinghi quando il sole spariva, durante la notte più lunga dell’anno, per auspicarsi il ritorno della luce preparavano un abete rosso che credevano magico, poiché anche d’inverno resisteva al grane freddo. Alcuni di loro usavano anche portare nelle loro case alberi di abete e decorarli con frutti ricordando la fertilità che la primavera avrebbe riportato. Anche i Romani usavano decorare rami di pino durante le calende di gennaio (il primo giorno di quel mese).

 

L’avvento del Cristianesimo, diede all’albero una valenza più religiosa infatti si identificava nell’albero addobbato per Natale il simbolo di cristo o secondo altre leggende quello dell’albero della vita di cui parla la Bibbia che cresceva nell’eden. Anche se in origine i cristiani preferirono utilizzare l’agrifoglio che simbollegiava la corona di Cristo.

 

Il Medioevo intese l’albero di natale come una prefigurazione della rivelazione cristiana, ma anche come una rinascita dalla vita dopo l’inverno.

 

L’uso moderno dell’albero di natale si ebbe secondo alcuni a Tallin in Estonia nel 1441quando fu eretto un grande abete in piazza del Municipio, attorno al quale giovani scapoli(uomini e donne)ballavano alla ricerca dell’anima gemella. Tradizione ripresa nella germani del quindicesimo secolo.

Secondo altri l’abete come lo conosciamo oggi sarebbe originario della regione di Basilea in Svizzera dove se ne trovano tracce risalenti al tredicesimo secolo. Altri ancora pensano che l’abete moderno sia nato in Germania nel 1611,dalla duchessa di Breig, che secondo la leggenda aveva fatto adornare il castello per festeggiare il Natale ma si accorse che un angolo dell’edifico era rimasto vuoto e per questo ordinò di prendere un abete dal giardino e di farlo trapiantare in un vaso e collocarlo all’interno di quell’angolo.

 

In Italia il primo albero di Natale fu realizzato nel Quirinale dalla Regina Margherita e da lei la moda si diffuse in tutto il Paese nel corso del Novecento.

Oggi l’albero di Natale è l’addobbo natalizio per antonomasia, viene installato nelle piazze di tutto il Mondo, rendendole ancora più belle e creando un’atmosfera quasi fiabesca.

Ecco a voi qui di seguiti alcuni degli alberi realizzati quest’anno in Italia ed all’Estero.

 

Flavia

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Il dolce leggendario per eccellenza : sua maestà il PANETTONE

Tra poche settimane sarà Natale e le nostre tavole si imbandiranno di cibi e piatti tradizionali, per questo durante il corso di questi giorni, nella sezione del mio   Blog “Flavia food” ripercorrerò le tradizioni culinarie della mia terra (la Sicilia) e non solo, cercherò di fare un breve excursus culinario che percorra altre regioni d’Italia.

 

Inizierò da quella che è una trazione dolciaria lombarda ma che considero una tradizione tipica ormai di tutto il Paese e non solo, infatti, nel corso del tempo si è affermato come tradizione dolciaria anche all’Estero diventando il RE delle tavole natalizie.

 

Ovviamente sto parlando   del PANETTONE.

 

 

La nascita del panettone, come vi anticipavo, è di fattura lombarda sulle origini della ricetta vi sono delle leggende.

 

La prima riguarda un tale Messer Ulivo degli Atellani, che innamoratosi della figlia di un fornaio (Algisa) si fede assumere dal padre di lei come garzone del forno. Per incrementare le vendite inventò un nuovo dolce. Con la migliore farina del mulino impastò le uova, il burro e l’uva sultanina, poi lo infornò e proprio da questo impasto nacque un dolce che da subito ebbe un’enorme successo.

 

La seconda leggenda, abbandona la verve romantica della prima   e cede il posto a qualcosa di più storico . Narra, infatti, che al cuoco a servizio di Ludovico il Moro fu incaricato di preparare il pranzo di Natale al quale era invitata tutta la nobiltà di Milano e dintorni . Purtroppo però, nella frenesia della preparazione il dolce, essendo stato dimenticato nel forno, si carbonizzò. E fu cosi che un piccolo sguattero di nome “Toni” propose una sua soluzione al cuoco. Prese ciò che era rimasto in dispensa: farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta e infornò il composto. A palazzo, dopo averlo assaggio l’entusiasmo pervase il Duca   ed i suoi commensali che incuriosi chiesero al cuoco il nome della prelibatezza appena servita ed lui rispose “Pan del Toni” da ciò il nome Panettone.

 

Queste sono solo le più accreditate di alcune delle tante leggende ideate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per nobilitare il vanto della gastronomia milanese.

 

La realtà storiche fanno risalire più saldamente la vera nascita del panettone al   Medioevo. Periodo nel quale si usava mangiare per Natale un pane   ricco, diverso da quello che si consumava tutti i giorni. Proprio da questo pane evolvendosi nacque il panettone fino a   diventare la ricetta che conosciamo anche noi. Ad esempiol’utilizzo del lievito è da ricollegarsi solo al 1853 e quello dei canditi è del 1854.

 

Fino al 1900 anche la forma era diversa , il panettone era dunque solo un grosso pane da tagliare il giorno di Natale.

Fu nel 1920 che Angelo Motta (fondatore dell’omonima azienda alimentare) decidette di fasciarlo con carta di paglia per dargli uno slancio verticale, da questa idea si sviluppò il panettone-fungo, che divenne   formato leader, per molti anni, nella produzione industriale.

 

Il Panettone, realizzato artigianalmente o industrialmente con i più vari tipi di farine, impasti   e farciture è uno dei dolci che da secoli accompagna i Natali di tutti noi. Non ricordo Natale o anche periodo natalizio senza le calorie del panettone, e vista la sua storica anzi no, leggendaria fama sono sicura che la sua produzione resisterà ancora nel tempo.

Flavia

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Il vermouth dell’Unità

                               È la storia che si intreccia nella storia, quella dell’azienda torinese Cinzano, leader nella produzione di bevande alcoliche.

A dare vita a questo successo mondiale furono i campi di Pecetto Torinese (paesino in provincia di Torino) del diciottesimo secolo, dai quali nacque la produzione di rosolio(liquore tratto da petali di rosa).

La produzione al pubblico, nacque in un confettificio sito  al centro di Torino, in via Dora Grossa (attuale via Garibaldi ).

La produzione e storia della Cinzano si intrecciano con quella reale, poiché i prodotti conquistarono la Casata Reale, tanto da diventarne fornitori ufficiali. E pian piano insediandosi nel mercato italiano tanto da diventarne leader nel settore.

Proprio per questo, il marchio Cinzano è simbolo dell’Italia che diventa Nazione.

Adeguata è  dunque la sede che ospita la mostra Cinzano a Palazzo Carignano (prima sede del parlamento italiano) a Torino, dove si possono trovare ancora per qualche mese le prime campagne pubblicitarie del brand, che lo hanno reso famoso.

Il tricolore che abbraccia il Made in Italy.

FLAVIA

 

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Il cannolo Siciliano crocevia di tradizioni

Entrando in una pasticceria Siciliana, una delle prelibatezza che colpisce all’occhio e poi al palato è il famosissimo cannolo. Dolce tipico, per l’appunto della Sicilia, ma che con il tempo è riuscito a conquistare tutto lo Stivale e non solo. Infatti, è uno dei dolci con il quale si identifica all’estero  tutta la pasticceria italiana.

Siamo abituati a vederlo e mangiarlo ma quasi nessuno conosce l’origine e la storia di questa prelibatezza.

Sulla nascita del cannolo vi sono tante leggende, di certo si può sostenere che la storia di questo dolce sia facilmente riconducibile alla ricca storia culturale siciliana.

L’unica certezza è che fosse un dolce tipico del periodo di carnevale, infatti, secondo un’antica leggenda il nome potrebbe essere attribuibile ad uno scherzo carnevalesco che consisteva nel far fuoriuscire dal “cannolo” ovvero rubinetto  la crema di ricotta al posto dell’acqua.

Anche se vi è un’altra variante di pensiero che attribuisce il nome alle canne da fiume nelle quali la  cialda veniva arrotolata fino a poco tempo fa.

Si narra, che la produzione vera e propria sia attribuibile  alle donne dell’Harem del castello delle donne del signore sito in quel che oggi è il comune di   Caltanisetta. In realtà sembrerebbe che queste donne si ispirassero ad un dolce di origine romana.

Le concubine  di questo harem durante l’assenza dei loro uomini, per ingannare l’attesa, si dedicavano alla preparazione di cibi e dunque  rielaborarono la  ricetta latina, cambiando   forma  al dolce e creandone una vagamente fallica, omaggio per i loro compagni.

 

Successivamente con la fine del dominio arabo scomparvero anche gli harem ma qualche donna rimasta, convertitasi alla fede cristiana, si  ritirò nei monasteri nisseni portando con se varie ricette e tra queste vi era quella del cannolo. Ed è per questo che che  dopo un iter così elaborato si attribuisce   la ricetta del cannolo, odierna,  alle suore di un convento di clausura nei pressi di Caltanisetta.

Il cannolo, dunque non è un dolce qualunque,  è l’insieme dei sapori, e della cultura che è approdata nel corso della storia  sulla nostra bella isola.

Flavia

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La grinta dei Red Cobra: l’hockey in carrozzina

Passione, dedizione e sacrificio, la formula magica che muove l’associazione sportiva ASD Red Cobra Palermo.

 

Red Cobra è un’associazione sportiva di hockey in carrozzina, nata nel 2001 a Palermo. Gli atleti che ne fanno parte sono  affetti quasi tutti da distrofia muscolare o da altre   patologie spesso degenerative che li costringono a rimanere in carrozzella, non avendo molta forza muscolare.

Ecco uno dei motivi che li ha fatti puntare sull’hockey, sport non molto diffuso, ma che dà la possibilità, con il minore degli sforzi, di poter  giocare. La loro squadra  è mista, poiché comprende una quota femminile.

Si identificano in un cobra rosso. E come il serpente, in campo attaccano le loro prede (gli avversari) con la fermezza e l’eleganza che li contraddistinguono, mantenendo sempre il rispetto per le regole del gioco. Vivono ogni match con passione infatti, come si comprende dal nome, il  colore  che li caratterizza è il rosso .

Per loro l’importante è vincere come titola il cortometraggio uscito tempo fa che li vede protagonisti   “Red Cobra l’importante è vincere”. Non puntano alla vittoria in maniera altezzosa o cattiva, come si potrebbe pensare, ma lo fanno con grinta ed onestà. La vittoria  è un traguardo importante  che come ogni buon sportivo ci insegna,  sprona a riconoscere e a superare i propri limiti. Nel loro caso vincere è ancora più importante perché li carica a far di più anche nella vita di  tutti giorni, e a non arrendersi  mai  nella battaglia più dura, quella contro la loro malattia.

I Red Cobra sono l’esempio del significato dello sport, non solo per  l’hockey in carrozzina  ma per tutte le altre discipline.

Si allenano  con costanza e dedizione (due volte a settimana ), ed affrontano spese non indifferenti, spesso non finanziate adeguatamente, solo per entrare in quel campo, e sentire la gioia di giocare.

 

Sentendo le testimonianze del capitano Giovanni D’aiuto e del difensore  Gaetano Consiglio si capisce come questo sport e questa squadra siano stati in grado di cambiare le loro vite. Gli  occhi   luccicano nel raccontare con fierezza  il loro percorso sportivo.  Fanno comprendere, a chi come me ha avuto l’onore di ascoltarli per la prima volta,  come questo sport, poco conosciuto e forse poco apprezzato dalle istruzioni, abbia donato loro  la voglia e la gioia di vivere.

Andare ad una loro partita, è un tumulto di emozioni. Si percepisce la magia dello sport, puro e pulito. La voglia di essere squadra in tutto nonostante spesso si fatichi a giocare perché mancano le forze.

 

Dagli spalti si sentono urla d’ incitazione e sostegno per ogni azione compiuta o ogni punto segnato. Il clima che regna è allegro e pieno di vita, tanto da trasportate anche gli spettatori e far vivere  un’ora di spensieratezza ed emozione.

 

 

Su facebook trovate la loro pagina io ve la linko qui https://www.facebook.com/redcobrapa/ (vi basta cliccarci sopra )

 

 

 

Flavia Gioia

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E diamo un pò di colore (la storia dello smalto)

Oggetti di moda e non solo, danno il colore giusto capace di farci esprime a pieno la personalità o l’umore di ogni donna. Io stessa ne vanto una collezione di circa ottanta pezzi. Riproposti stagionalmente da grandi firme che addirittura hanno creato vere e proprie linee. Di cosa si tratta? Ma “dell’oggetto” che fa trendy e speciale ogni donna lo SMALTO

Tutte a meno una volta nella vita lo abbiamo usato ma nessuna sa veramente come fu ideato e che percorso ha fatto per arrivare fino a noi.

La storia dello smalto per unghie è più complessa ed antica di quello che immaginiamo.

Nel 5000 a.C inizia a svilupparsi in India il concetto di cura delle unghie e così si usa l’hennè che serviva a verniciarle, affinché tramite l’unghia si riuscisse a percepire lo stato sociale delle donne.

Intorno al 3000 a.C anche i Cinesi utilizzavano lo smalto sulle unghie era una miscela a base di albume, ceramina e gomma arabica. Durante la dinastia Zhou venivano usate delle polveri di oro ed argento per ricreare i colori utilizzati dai nobili ed in base al colore si riusciva a capire lo status.

Anche gli Egizi lo usavano, Cleopatra un’esempio su tutte, rispetto all’india, però, i colori erano diversi (questa popolazione prediligeva il rosso ed ogni suo derivato), ma l’utilizzo era sempre identificativo.

Gli Inca infine furono i padri della nail art dipingendo sulle unghie disegni di aquile.

Quella per lo smalto è una tradizione antica, oserei dire storica che dal 5000 a.C arriva fino a noi.
Persa un po’ solo durante il Medioevo ma ripresa nel Rinascimento ed in epoca Vittorina nella quale diventa popolare lo smalto con olio ed un pezzo di camoscio.

Lo smalto come lo conosciamo oggi è il frutto di varie ideazioni arrivateci dal 1900.

Infatti nel 1911 un’azienda, la Cutex, ideò lo smalto liquido. Bottiglietta tappata e sigillata con pennello a parte.
Si cercava un prodotto capace di essere facile da applicare, asciugarsi subito e fare un buono odore.

Nel 1920 grazie a Michelle Menare, si idearono i colori rosso e rosa.

Ma il vero cambiamento si ha nel 1932 quando nasce il primo smalto moderno. La Revlon, produce uno smalto scintillante e cremoso ed aumenta la gamma di colori, creandone oggetto di culto nella moda.

Fino ad arrivare ad oggi dove la così  chiamata”ail art” è proprio un culto, si passa dai colori più tradizionali sino ad i più improbabili. Ogni donna può esprimere un lato della propria personalità attraverso le cromature ed i disegni più improbabili.

Flavia

pasta

E adesso… PASTA

Simbolo di italianità nel globo, si consuma ogni giorno, ma in pochi  ne conoscono veramente le origini. Di cosa sto parlando? Della PASTA.

 

Le sue origini sono molto antiche, già  nell’età neolitica, quando l’uomo imparò a coltivare i cereali, macinarli ed impastarli con acqua. La pasta, c’è sempre stata. Il suo consumo ha attraversato  popolazione come i fenici, greci e latini che la chiamavano pastum  (farina con salsa o condimento).

 

 

Chiaramente questo alimento, nel tempo ha avuto molte evoluzioni. La prima tipologia arriva dalla Sicilia musulmana. I siciliani, seguendo una tecnica islamica usata per altri cibi, la facevano essiccare al sole, conservandola nel tempo e per poterla vendere ai mercanti saraceni con i quali loro commerciavano.

 

Durante il medioevo,  cambia il metodo di cottura e nascono nuovi formati presenti anche in età moderna. Si passa da un sistema di forno dove la pasta veniva cucinata  con il condimento come liquido di cottura, ad un sistema di bollitura che era usato già per il consumo  di altri cerali.

 

 

Nacquero  dunque nuovi formati di pasta come: rigatoni, penne e bucatini al centro-sud; mentre al centro-nord, si idearono le prime paste fresche: tortellini ravioli ed agnolotti.

 

 

Queste nuove tecniche diedero vita alle  prime botteghe dove veniva preparata professionalmente la pasta, che dal sud si espansero in tutta Italia. Nel tempo vennero aperti  anche  grandi pastifici soprattutto in città come Genova e Napoli fondamentali per il successo della pasta. Furono fondate le corporazioni di  pastai italiani, controllate e regolamentate dal Papa. Il quale stabilì a Roma, tra il 1300 ed 1400, che una bottega doveva distare dall’altra non meno di cinquanta metri  così da evitare liti tra i commercianti. Questo perché la produzione e dunque anche il consumo erano già molto diffusi in Italia ed all’estero.

 

 

Socialmente aveva anche la sua valenza. In Italia nacque come  cibo per le classi più povere infatti era consumata principalmente da contadini ad i quali serviva un alimento nutriente e leggero per lavorare la terra, diversamente all’estero era considerato cibo per ricchi. Tanto che solo in epoca moderna la pasta riuscì a varcare le varie coorti e divenire alla portata di tutti.

 

Datato  è anche l’abbinamento che incosciamente facciamo on formaggio grattugiato(parmigiano) e pomodoro.

 

 

Dunque, questo è  il piccolo, si fa per dire, viaggio che la pasta ha dovuto fare fin dalla storia dell’umanità per arrivare sulle nostre tavole e cibarci ma chissà quanta strada avrà ancora da fare e quanti altri palati e tavole delizierà con la sua presenza .

 

Flavia

il grigio del fumo

IL GRIGIO DEL FUMO…

Estate è sinonimo di vacanze  e relax e spesso ci capita di rilassarci in spiaggia leggendo qualcosa, per questo motivo vorrei consigliarvi un libro che  ho appena finito di leggere e secondo me non può mancare tra le letture dell’estate 2017.

 

Si tratta de “IL GRIGIO DEL FUMO”, ultima fatica dello scrittore Daniele Sartini, edito da Castelvecchi. Il volume costa 14 euro e 50 centesimi.

 

Un ragazzo ventiseienne, Sonny, orfano di entrambi i genitori, fa il  lavapiatti presso un ristorante ed è mal  è mal pagato. La  sua vita è abbastanza triste e vuota. L’unica sua passione è il  biliardo. A cambiare gli equilibri di questa triste esistenza  sarà  un’amicizia, quella con Samsung, venditore bengalese di rose. I due insieme si cimenteranno in situazioni nuove, giocheranno a biliardo, viaggeranno e realizzeranno desideri che sembrano quasi impossibili. Solo grazie a questa unione, però, arriveranno  a trovare la cosa che bramano di più: la libertà.

 

Questo libro mi ha stregato sin dalla prima pagina, mi ha trascinato nell’universo di Sonny. Fatto di dolore, rabbia, amicizia e passione. Sentimenti tali che  mischiati hanno dato vita ad un personaggio complesso ma  capace di arrivare all’anima del lettore e di fargli vivere ogni singola emozione.

 

Sonny, in fondo,  sono anche io, anzi no. Sonny è ognuno di noi. Siamo lui quando cerchiamo  di crescere in questa società che non ci gratifica e valorizza per quello che valiamo. O quando le incomprensioni con nostri i familiari ci lacerano dentro. Siamo lui, quando ci affidiamo ad un amico, lo scegliamo come complice,compagno di crescita ed avventura. Quando in noi nascono nuove vite nuove, capaci di vincere contro tutto e tutti e di raggiungere qualsiasi obiettivo che ci siamo prefissati.

 

Vi consiglio “Il grigio nel fumo” perché è una lettura attuale, piena di sentimenti tristi e al contempo di una rinascita interiore . E poi, chissà…magari perché attraverso essa possiate trarne uno spunto di riflessione sul senso della vostra vita.                                                                                                                     Flavia Gioia

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TINTARELLA SI, MA DI LUNA…..

Dopo una breve pausa ci rincontriamo cari lettori ,forse avrete pensato che con l’arrivo dell’estate  #thecrazyjoy  si fosse messa in ferie ,ed invece no,sono ancora qui malgrado l’afa palermitana.
Per molti ,come me, l’estate non è sinonimo di relax ma di studio,stress ed impegni di ogni tipo resi più faticosi dalle  temperature africane. Con l’arrivo della bella stagione per noi “sfortunati”arrivano anche le paranoie causate dal colore anzi cedetemi il termine appena coniato “dall’incolore” della carnagione.
Estate,in effetti,è sinonimo di mare,spiagge e soprattutto “tintarella” che sembra essere l’unico accessorio per essere veramente cool.
Ma oggi vi svelerò come questa moda ha avuto origine…
Partendo dagli antichi romani , passando dai poeti del dolce stil novo  fino ad arrivare al 1800 il colorito pallido era il must per l’aristocrazia .Coloro i quali si abbronzavano,infatti, erano soltanto contadini,schiavi o comunque gente che svolgeva lavori usuranti all’aperto e  quindi , plebei.
Pochi sanno,però che a rivoluzionare lo stile borghese,fu una DONNA icona indiscussa della moda e, lasciatemelo dire, della rivoluzione femminile. Di chi si tratta?
 Ovviamente Madame Coco Chanel,che nel 1923 tornò in Francia da un viaggio in Costa Azzurra con un incarnato dorato.
 Chiaramente era un’abbronzatura da quella che siamo abituati a vedere oggi.
Questo perché i look balneari dell’epoca erano alquanto castigati e  comprendevano
 vestiti che andavano dalle spalle alle ginocchia e  pantaloni che scendevano fino alle caviglie ,il tutto indossato sopra il busto.
Ma oramai l’incarnato scuro stava prendendo campo,infatti  nello stesso anno in Giappone uscì la prima crema solare e nel  1935 fu ideato un olio che proteggeva dai raggi UV.
Il vero boom per la tintarella,però, si ebbe tra gli 40’ e 50’ grazie alle grandi star di Hollywood che apparivano radiose sui grandi schermi con la loro abbronzatura.
E  continuò negli anni 80’ e 90’  diventando la nuova moda sempre più spregiudicata fino ad arrivare al nudismo.
Oggi  regnano i centri estetici con solarium e creme autoabbronzanti capaci di regalarti chimicamente ed in poco tempo coloriti artefatti,spesso troppo, senza  però farti lasciare mai la città o gli impegni.

Quindi questa della tintarella sembrerebbe  una moda ormai radicata,ma non disperate “visi pallidi”, per noi c’è ancora speranza . Chissà che tra qualche anno non vi sia un inversione di stile,perché si sa prima o poi le mode tornano.

                                                                                                                        Flavia Gioia
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BLOGGER,FASHION BLOGGER O INFLUENCER : LA MODA DEL BLOG…

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Sembrano quasi figure mitologiche. Il Web, ne è stracolmo,ma in realtà fanno parte di un modo di fare informazione in uso da anni. L’avvento dei social network nello specifico: Facebook e Twitter, li ha per qualche anno apparentemente eclissati. Loro sono i blogger. Siamo un po’ lontani dal blog che noi generazione anni 90’ usavamo su MSN per raccontarci e farci conoscere ad i nostri amici.

Ora lo spirito è cambiato. Aprire un blog è un potenziale investimento, crea visibilità e può diventare un vero e proprio BUSINESS.

L’ aspirazione massima per il blogger (autore del blog) sta nel vendere le proprie idee e la propria immagine così da poter diventare < il prodotto di se stesso> . Tutto questo interesse mediatico   ed economico ha origine in un ambiente patinato fino a qualche anno fa accessibile solo ad un’elite: LA MODA.

Ha lanciato e in alcuni casi rilanciato ragazze e ragazzi sui quali nessuno prima dell’era digitale avrebbe scommesso, creandone veri e propri vip, spesso di fama nazionale o addirittura mondiale. Da qui, nasce l’eccezione più discussa e famosa,al momento, di blogger. Si tratta dei così detti fashion blogger o influencer. Ragazzi che con l’aiuto di un   social network , Instagram (dove vi è la gara a chi ha più seguaci, i così detti follower ) ,sono riusciti a diventare delle vere icone di stile e di vita, imitati e seguiti un po’ da tutti. Due   nomi su tutti??? Chiara Ferragni e Mariano Di Vaio. Sono loro i personaggi mediatici del momento, che con   i loro blog, sono riusciti a farsi notare dal mondo della moda, diventando milionari imprenditori, invidiati in Italia e negli Usa. Mariano e Chiara sono   solo due dei tanti nomi,che al momento impazzano sul web e tra le classifiche dei personaggi (blogger nello specifico) più cliccati.

Ma la moda non è l’unico “teatro di battaglia” per i blogger.

Da qualche tempo si fa sempre più spazio ad un’altra tipologia di blog, ovvero   quella gastronomica, “mamma” di una nuova figura, il foodblogger,critico culinario non qualificati con la passione per il cibo e la cucina.

Insomma, ormai viviamo in una società web che   a differenza di quella reale, tenta di dare a noi giovani, canali e mezzi affinché le nostre passioni possano diventare dei lavori veri e propri.

Flavia

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