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Viva Palermo e SANTA ROSALIA!

Cari amici e lettori affezionati nei mie articoli vi omaggio sempre storie e tradizioni italiane o che riguardano la mia amata terra, la Sicilia, poche volte però vi ho raccontato tradizioni che incantano la mia amata città, Palermo.

In questo articolo, la cui data di stesura e di uscita non è casuale, vi stupirò raccontandovi la storia della Patrona della mia città: Santa Rosalia.

Foto di un particolare che si trova all’interno del Santuario di Monte Pellegrino

Rosalia Sinibaldi (il vero nome all’anagrafe è questo) nacque nel 1130 a Palermo ed è morta giorno 4 settembre del 1170.

La tradizione ci racconta che due anni prima della nascita della Santa, Ruggero II d’Altavilla guardando il tramonto con la moglie ebbe un’apparizione che gli annunciò che a Palermo (precisamente in casa Sinibaldi), per volere di Dio, sarebbe nata una bambina, una “rosa senza spine”, per queste ragioni, pare, che alla bambina di casa Sinibaldi fu dato il nome di Rosalia.

La discendenza di Rosalia era nobiliare.

Il padre, il Conte Sinibaldo Sinibaldi, si pensa fosse un discendente di Carlo Magno, Signore di Quisquina e del monte delle rose (territori localizzabili in Santo Stefano di Quisquina e Bivona).

La madre, Maria Guiscardi, era anche’essa di nobile origini.

Rosalia visse alla corte di Ruggero II, dove divenne anche damigella d’onore della regina Sibilla.

Sempre la tradizione ci racconta che re Ruggero II, trovatosi in pericolo di vita fu salvato da un conte, Baldovino, che per l’azione eroica compiuta ricevette in premio la mano di Rosalia.

Il giorno che precedeva le nozze la giovane ragazza, aveva solo quindici anni, specchiandosi vide riflessa l’effige di Gesù Cristo e capì quale fosse il fine ultimo della sua vita, tagliò le bionde trecce che le cingevano il viso, declinò l’offerta di matrimonio e abbracciò la fede.

Il suo rifugio fu dapprima il monastero del SS. Salvatore a Palermo poi, a causa delle continue visite e pressioni da parte della famiglia e dell’ormai ex promesso sposo, si diresse presso una grotta a Santo Stefano di Quisquina. Successivamente, grazie alla concessione della regina margherita di Navarra, tornò a Palermo occupando un’altra grotta a Monte Pellegrino dove il 4 Settembre 1170 morì dormendo.

La storia ci dice che la Santa salvò Palermo dalla peste nel 1625 e ne divenne la Patrona.

A Palermo le date in cui si festeggia la Santa sono il 15 Luglio (data legata proprio alla liberazione della città dalla peste) e il 4 Settembre (giorno della morte della Santa) in cui i palermitani fanno “l’acchianata” (salita) verso Monte Pellegrino.

Il santuario

Flavia

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Le stampe del Futuro: Photowall

Qualche settimana fa dal sito di Photowall mi è arrivato un quadretto\ poster personalizzato molto carino.

Il poster ha come cornice due listarelle di legno, è minimale ma di grande effetto.

Acquistare all’interno del loro sito Photowall è molto semplice, tra l’altro se cliccate qui potrete avere il 25% di sconto (vi lascio il link) https://www.photowall.global/

Photowall ti suggerisce stampe e motivi di arredamento non solo personalizzati, come ho egocentricamente fatto io, ma vari motivi e formati per pareti semplici da applicare una volta acquistati ma sopratutto di una raffinatezza tale da cambiare e rendere esclusive le mura delle vostre case.

La mia stampa oltre alla cornice, semplicissima da applicare e che nonostante tanta semplicità comprendeva nel pacco delle istruzioni che semplificavano ancora il lavoro, in dotazione aveva anche un chiodo per ultimare il tutto.

Sono sempre stata restia a far realizzare poster con le mie foto, perchè non mi convincevano come elemento di arredamento, invece quando ho visitato il sito Photowall ho capito che loro avrebbero potuto aiutarmi a realizzare questa “opera”.

Questo sito ha risolto molti dei mie problemi uno tra tutti quello dei regali, infatti Photowall attraverso le sue sensazionali stampe mi dà la possibilità di regalare ad amici e parenti delle stampe che cambieranno per sempre le mura delle loro case e che daranno loro la possibilità di ricordarsi sempre di me.

Insomma, il mio consiglio è quello di farvi un bel giretto qui e di approfittare del 25% di sconto.

https://www.photowall.global/

Flavia

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Volevo fare l’INFLUENCER ma anche meno!

Cari lettori,

oggi vi racconterò una storia un po’ particolare, la mia.

Molti di voi mi seguono e leggono sui social, per quelli che però si approcciano al mio blog o alle mie pagine social per la prima volta, mi presento.

Mi chiamo Flavia Gioia, ho sempre fatto la blogger ma ad un certo punto della mia vita ho scoperto che sarei potuta diventare una influencer.

Guardando il mio profilo Instagram, tutti, anche i miei amici, almeno per una volta durante questi anni si sono chiesti: “Questa come ha fatto ad avere tutti questi followers? Li ha comprati? Ma come fa a prendere tutti questi like?”.

Adesso è il momento di raccontarvi il segreto del mio “successo” e svelarvi alcuni retroscena che probabilmente non avreste mai immaginato.

THE CRAZY JOY.

Era maggio 2017, la mia vita era ad un bivio, ero a pezzi sentimentalmente e mentalmente. Cercavo disperatamente qualcosa che mi desse lo stimolo giusto. Sembrava tutto così complicato, così confuso, sentivo che qualcosa stava cambiando ma non riuscivo a mettere a fuoco cosa. Dovevo smetterla di scrivere articoli sul mio diario segreto (ndr. ne ho davvero uno a cui sono affezionata), così un giorno ebbi l’idea di creare un blog, pensando: “Mal che vada, almeno ci avrò provato!”. Così quello stesso giorno, giocando col mio cognome ed il mio carattere, creai The Crazy Joy.

Mi divertivo, era una ventata d’aria fresca. The Crazy Joy era molto bello ma da subito mi sono accorta che questo sito doveva crescere, volevo fosse letto da molte più persone.

Sono sempre stata una persona molto social, già su Facebook, ma adesso iniziavo a frequentare assiduamente una piattaforma diversa, Instagram.

Era il periodo in cui quasi tutti, anche i meno social della Terra, venivano a conoscenza di un nuovo lavoro, quello dell’influencer.

SEGUIMI CHE TI SEGUO.

Inizialmente ho agito molto meccanicamente per incrementare la mia audience (come si chiama in gergo pubblicitario), cercavo “numeri” per il mio blog e ho cominciato ad applicare la tecnica cosiddetta “follow-unfollow”. Seguendo un elevato numero di persone su Instagram, ci si assicura che una percentuale delle stesse, essendo venute a conoscenza del tuo profilo, ti seguano di ricambio. E così è stato. Sono arrivata molto presto a 10.000 follower.

Superato il primo gradino, non potevo far a meno di notare altri profili con basi di follower ben più elevate, quindi una vocina dentro di me mi ripeteva: “Dai Flà, ce la farai anche tu!”. La tecnica la conoscevo, bisognava dare solo un’accellerata. Così, continuando con follow-unfollow, ho raggiunto 57.000 seguaci.

Ho pensato fosse ormai fatta, quindi cominciai a propormi ai primi brand affini al mio modo di comunicare (food e lifestyle) ma i riscontri non erano positivi. Tanti follower si, ma avevo troppe poche interazioni. Com’era possibile? Dovevo trovare una soluzione.

IL LATO OSCURO DELLA FORZA.

Mi impegnavo nella qualità delle foto e dei contenuti ma il riscontro latitava, così ho iniziato ad interagire con delle ragazze su Instagram e tra un like tattico ed un commento è iniziata la mia avventura nel “lato oscuro dell’Instagram”: quello dei GRUPPI.

I gruppi Instagram sono di vario tipo. Quelli dove basta seguire ed essere seguiti (follow), quelli dove devi seguire e mettere like (follow and like) e quelli – a mio avviso i più fastidiosi – dove devi mettere like e commentare (like e commenti).

A me non interessava aumentare il numero dei miei follower (avendone già 57.000), quindi ho quasi del tutto tralasciato i gruppi “follow”. Il mio pensiero principale era cercare di avere più like possibili e la maggior parte dei gruppi di cui ero membro era del tipo “like”.

Questi gruppi hanno delle regole ben precise e sono gestiti dai cosiddetti “admin” (per riprendere i ruoli dei vecchi forum digitali) i quali amministrano tutti gli altri membri della chat e fanno sì che tutti possano rispettarne le regole.

All’interno di queste chat, tutti i membri hanno l’obbligo di seguire gli admin e mettere loro like ma questi non hanno lo stesso obbligo. Inoltre, hanno il “potere” di buttarti fuori dalla chat.

Tutti gli altri membri – quelli senza nessuna carica speciale – hanno l’obbligo di recuperare tutti i post annunciati nella chat (e mettersi al passo con i like) prima di comunicare nel gruppo che anche loro hanno un nuovo contenuto. I membri che non rispettano le regole vengono segnalati all’admin che, in genere, dopo tre avvertimenti provvede a “buttarli fuori”.

In un anno sono arrivata a totalizzare circa 50 gruppi. Potrebbe far sorridere leggere quanto sto per dire… ma non potete nemmeno immaginare la fatica.

Passavo tutte le mie giornate a recuperare like senza nemmeno guardare di chi fossero i contenuti e commentavo le foto forzatamente (non so nemmeno io quello che scrivessi).  La cosa importante era che il commento contenesse almeno cinque parole, altrimenti era considerato spam scatenando l’ira dei gestori delle chat e degli altri utenti.

Tutto decisamente molto più “Crazy” che “Joy”!

I gruppi di cui ho fatto parte erano già su Instagram (in direct) ma ce ne sono alcuni anche su Telegram o WhatsApp – suppongo per provare ad agire in un ambiente più “protetto”. Di questi non so dirvi granché, ho provato ad entrarci ma erano molto confusionari e li ho subito abbandonati.

L’ADMIN CHE FA CURRICULUM.

All’inizio mi sembrava tutto meraviglioso, così fantastico che ad un certo punto ho deciso di fare il salto di qualità e di diventare anche io Admin. Sì amici – avevo il potere (ndr. siete autorizzati a ridere).

Avevo tutto, follower, likes e commenti ma qualcosa mi mancava. C’era un fastidio latente che non riuscivo a mettere a fuoco. Poi capii: non avevo più la voglia di postare contenuti.

Spendevo in media cinque ore al giorno a recuperare tutti i NEW ed UP (nel gergo dei gruppi, le nuove foto sono NEW e quelle precedenti da recuperare UP) che c’erano nelle mie chat. Perdermi delle foto era un problema.

Ogni tanto qualcuno mi scriveva e mi scrive tutt’oggi “Te li sei comprata quei follower, vero?” facendo riferimento alle tante piattaforme che promettono pacchetti di tot follower in cambio di un corrispettivo economico. Vorrei rispondere “Magari!”, come si dice dalla mie parti a Palermo, avrei risparmiato in salute.

Detto ciò il tempo passava, i gruppi si accumulavano ed il mio stress social aumentava ma soprattutto, per rubare una citazione al Gattopardo (che diciamocelo, avrebbe avuto un gran profilo Instagram!), tutto cambiava per restare esattamente uguale.

Impegnandomi, sono riuscita ad aumentare il mio engagement-rate (in gergo pubblicitario si chiama così la media tra il numero di interazioni ed il numero dei follower) ovvero quanto mi chiedevano originariamente i brand… ma non avevo fatto i conti con il mercato.

L’INFLUENCER MARKETING (QUELLO VERO).

La pubblicità digital, il mondo dell’influencer marketing, stanno andando in una direzione diversa da quella quantitativa. E anche giustamente, aggiungerei.

Proponendomi ai brand, mi sono accorta che gli uffici di comunicazione non si limitano soltanto a guardare il numerino dell’engagement-rate ma analizzano il profilo e da questa analisi si rendono conto della spontaneità o meno delle interazioni.

Quanti braccialetti può vendere Pandora tramite le foto di una influencer che riceve una quantità infinita di like inutili e commenti del calibro di “great pic”, “bellissimo” e “wow, fantastico”? Io stessa ho provato ad andare a ritroso, cercando i like e i commenti messi per recuperare foto vecchie e mi sono accorta solo in un secondo momento che alcune foto pubblicizzavano dei bei bikini, dei profumi o degli accessori. Precedentemente, nella foga di dover recuperare chili di interazioni, non avevo minimamente prestato attenzione.

In tutto ciò alcuni profili che, seppur hanno pochi follower, hanno molte interazioni reali mi rendo conto essere davvero influenti verso chi li segue e riescono a generare introiti pubblicitari. E anche in questo io, io stessa mi sono ritrovata a scrivere in direct ad alcuni miei amici informandomi su come si trovasse con quel particolare integratore di vitamine perché avrebbe potuto fare al caso mio. Ero sicura di avere una risposta vera, reale. Cosa che non avrei mai cercato da qualcuno dei gruppi.

A questo punto mi sono chiesta: “Perché sto qua? Per aumentare cosa? Il mio engagement-rate? Quanto posso resistere all’interno di questo sistema così artefatto?”.

#FREE-FLAVIA

A tutte queste domande mi sono risposta: “Poco, molto poco.”. Così – arrivano ai giorni nostri – ho deciso di riprendermi la libertà dai social e ne sono uscita.

Per mesi (anzi forse anni vista la mia storia) ho finto di influenzarvi, di avere numeri che valevano la pena di essere comunicati ma non era vero. Poco di quello che facevo era vero e spontaneo, se non quello che comunicavo con le foto in cui comparivano i miei amici e le serate insieme. Cose che oggi, circondata da una platea di cui so poco e niente, tendo a raggruppare nella cerchia di “amici stretti” che Instagram ci ha dato la possibilità di usare col famoso circoletto verde.

Come l’uscita da tutti i tunnel che si rispettino ma senza aver la presunzione di creare parallelismo con temi social ben più delicati, oggi mi sento un’utente libera. Posto quello che voglio quando voglio, interagisco con chi mi piace e non ho più nessun obbligo nei confronti di nessuno.

Posto con più frequenza perché ho il tempo di farlo. Prima, tra tutti i NEW e gli UP, riuscivo a postare contenuti al massimo due volte la settimana.

Non pensate che questo mio articolo abbia avuto una gestazione facile. Tutto è, fuorché impulsivo. E’ figlio di tante chiacchierate con amici, mille domande, studi e soprattutto consapevolezze maturate col tempo.

Dopo questo mio, probabilmente, molti di voi non mi seguiranno più, altri si indigneranno ed altri ancora saranno contenti che qualcuno abbia svelato i segreti dei piccoli influencer che, come Mignolo e il Prof, sognano di governare i social senza mai riuscirci.

Qualsiasi cosa succeda non mi importa, ho deciso di raccontarvelo perché anche voi possiate capire o, se fate parte di questa realtà, comprenderne come e perché uscirne.

Smettiamola di vivere nel mito di Chiara Ferragni, perché la splendida ragazza cremonese non è una influencer ma una vera e proprio imprenditrice digitale. E’ spontanea quando ci descrive il piccolo Leo, crea contenuti, gestisce un’azienda che da lavoro a decine di persone e aiuta i brand in strategie di comunicazioni che di un #likeforlike se ne fanno ben poco.

Cerchiamo di riprenderci il gusto di postare una bella foto, di decidere se qualcosa ci piace o meno e di commentarla in base a quello che pensiamo veramente. I social sono uno strumento di comunicazione mondiale devastante, che è in grado di dar lavoro a tanta gente se approcciati correttamente.

Ma sono anche la trasposizione digitale di ciò che poteva davvero essere il nostro diario. Quello a cui raccontavamo un segreto e che – se avevamo voglia – facevamo leggere a pochi ma buoni.

Flavia,

The (un po’ meno) Crazy Joy

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La Quarantena di un’italiana in Cina: la storia di Viviana Granata

Cari lettori,

chi è un abituè del mio blog  sa che i temi su cui scrivo sono ben lontani dalla cronaca, tratto argomenti che riguardano principalmente tradizioni e particolarità.

Vista la situazione che  l’Italia e tutto il Mondo si trova a fronteggiare, ho deciso di fare uno strappo alla “regola” e di mettere a disposizione una mia risorsa per dare, nel mio piccolo, qualche informazione senza filtri.

Quello che leggerete nelle prossime righe è l’esperienza di una mia amica di vecchia data, Viviana, che la quarantena la sta facendo in Cina.

Viviana è originaria di Palermo e da qualche anno, per esattezza quattro, dopo aver conseguito la laurea presso l’Università degli studi di  Palermo in “mediazione linguistica” si è trasferita in Cina, dove vive e insegna inglese ad i bambini cinesi. Lei abita  a  Chengdu, distante circa un’ora e quaranta minuti da Wuhan, il focolaio cinese da dove ha avuto inizio l’epidemia del coronavirus.

  • Ciao Viviana, anzitutto, come stai?

            << Ciao Flavia, io sto bene >>

  • La Cina è stata il primo Stato al Mondo a dover attuare un piano “salva- popolazione” che prevedesse una quarantena. A riguardo e sulla gestione di questa situazione da parte delle autorità cinesi, puoi raccontarci la tua esperienza?

<< Con piacere. Sono tornata dall’Italia i primi di gennaio, a metà mese quest’anno si è festeggiato il Capodanno Cinese, è un periodo di grande festa e quasi tutti i cinesi partono, io sono andata in Cambogia. Ti confesso che già allora circolava l’allarme coronavirus, però era circoscritto alla provincia dell’Hubei, dove si trova la città di Wuhan. All’inizio ci muovevamo con le mascherine, non c’era molto panico, dopo solo una settimana la situazione è cambiata. Ti racconto quello che mi è successo in quel periodo. Già al rientro dalla Cambogia ci hanno fatto firmare un foglio che dichiarasse che non fossimo stati nella città di Whuan. Quando si arriva a Chengdu, soprattutto da voli internazionali, è prassi generale che controllino i documenti ma stavolta ai soliti controlli se ne sono aggiunti altri  nuovi.  Abbiamo aspettato circa due ore in aeroporto per evitare situazioni di sovraffollamento e ci hanno fatto firmare un altro foglio per sapere se fossimo stati recentemente a Whuan e se presentassimo dei sintomi, ci hanno preso la temperatura e da lì siamo andati a fare il classico controllo del visto. Ai controlli dei visti, rispetto al mio rientro dall’Italia, ho notato meno gente. In una settimana hanno preso misure restrittissime, drastiche. Siamo in quarantena da Gennaio. Si poteva uscire una sola volta al giorno. In ogni residence, per gestire la questione delle uscite da casa ci hanno fornito delle card sul cui retro c’era un calendario che timbravano tutte le volte che uscivamo. Inoltre, rientrata dal viaggio, la polizia ha fatto dei controlli ‘ad personam’, mi hanno ricontrollata e per monitorarci mi hanno chiesto se abitassi sola o con qualcuno.

  • -In Italia far capire ad i cittadini che non devono uscire non è proprio un messaggio così immediato, si sono create situazioni di panico incredibili. C’è stato anche lì l’assalto ai supermercati?

<< No, qui questo “panico” non c’è stato. Considera che la popolazione cinese è vasta e che già di norma capita che alcuni prodotti non siano presenti nei supermercati. Nei supermercati, fruttivendoli ecc… ti controllavano la temperatura e ti disinfettano le mani.>>

  • -Da italiana, quindi “straniera” in Cina, ti sei sentita tutelata dal Governo cinese?

<< Da straniera mi sono sentita molto tutelata.  Sono iscritta all’AIRE (Anagrafe italiani Residenti All’Estero) perché ormai risiedo anche legalmente qui. Attraverso questo ente  il Consolato Generale Dell’Italia ci ha mandato una mail per accertarsi sulla nostra salute.

  • -Mi hai raccontato che insegni inglese a dei bimbi cinesi, loro come hanno vissuto questo periodo?

          << I miei bimbi sono molto piccoli ho fatto, però, dei meeting on-line con i loro genitori. Alcuni mi raccontavano che avevano parenti nella città di Whuan e che le misure lì erano diverse, immagina che potevano uscire solo una volta a settimana.

  • In Italia sui social, principalmente Facebook ed Instagram, e sui mass-media tradizionali c’è un’alternanza di notizie sia positive che negative. Sui social cinesi (WeChat, Weibo, Doyuin) cosa circolava? I mass- media cinesi cosa dicono sull’Italia?

            << I social cinesi non li uso e non sono solita guardare le notizie sui mass-media, preferisco che siano i miei genitori o amici ad informarmi direttamente sulla questione italiana. Posso dirti, però, che quì hanno paura che dall’Italia ci sia un ri-contagio. Le autorità locali, essendo italiana, sono venute a ricontrollarmi e a chiedermi con esattezza da quanto tempo fossi tornata da lì. >>.

  • In Italia sono arrivate delle notizie molto interessanti su droni che vigilavano i malati, ce lo  confermi?

       << Che io ricordi i droni sono stati usati per vedere se per strada ci fossero persone. Posso dirti, sulla la questione “infetti” che il Governo l’ha gestita attraverso l’uso di alcune app che geolocalizzavano intorno alla posizione di ogni individuo se ci fossero dei portatori di coronavirus o meno. La Cina mentalmente e politicamente è molto rigida.>>

  • -Noi siamo in quarantena da circa dieci giorni e in tutta franchezza ci sembrano infiniti. Abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, adeguarci ad uno stile di vita diverso, immagino sia cambiata anche la tua routine, puoi raccontarci come?

<< All’inizio non è stato facile, non ho visto nessuno per un mese e mezzo (considera che vivo da sola), poi mi sono abituata ho preso del tempo per me stessa. Ho lavorato e lavoro ancora da casa, ho letto, mi sono allenata.>>

  • So che molte persone sono già guarite, siete già tornati ad i ritmi di prima?

      <<Diciamo di si, in giro ci sono molte più persone. Hanno quasi riaperto tutti eccetto le scuole e le università, anche gli orari di apertura si stanno normalizzando. I centri commerciali hanno ancora sistemi di controllo e di rilevamento di temperatura. Qualche giorno fa sono anche uscita di sera, ho preso un Didi (Uber) e oltre ad esserci l’obbligo dell’uso della mascherina hanno messo un telo di plastica che separa il conducente dal passeggero e ancora oggi nei locali non si può stare seduti vicini.

  • -Per concludere la nostra breve chiacchierata, cosa consigli a tutti quegli italiani che in questo momento vivono con sconforto, sofferenza ed anche paura le misure restrittive, ma necessarie, imposte dallo Stato?

<< Dico a tutti di rimanere a casa, io non ho avuto paura, bisogna tutelarsi. La mia città, Chengdu, conta una popolazione di circa quattordici milioni di abitanti e su questi vuoi sapere quante persone sono state contagiate? Solo centoquarantaquattro! Abbiamo obbedito a quello che il Governo ci ha imposto di fare.

Anche se prima che concludiamo questa nostra chiacchierata vorrei porre l’attenzione su alcuni fatti “incresciosi” che purtroppo ho visto, e da italiana mi hanno fatto molto dispiacere.  Quando il problema coronavirus era solo “nostro”( della Cina), ho notato molti video di italiani che trattavano in maniera poco consona, razzista, i cinesi che incontravano. Adesso che il problema è anche italiano, i primi ad averci aiutato sono stati proprio i cinesi. Credo che questo ci dovrebbe far riflettere molto sulle nostre azioni.>>

Ringrazio Viviana per avermi concesso questa chiacchierata e per averci regalato e messo a disposizione la sua esperienza.

                                                                                                                                  Flavia

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La frittura più dolce d’Italia: la storia dell’iris fritta!

Cari lettori, followers, amici, come state?
Sono giorni “difficili” per noi italiani ma sono sicura che passeranno in fretta e che tutto andrà bene!
Questo non significa non ci si possa distrarre, anzi, mi impegnerò personalmente attraverso l’uso di tutti i miei canali social per rendere un po’ più proficua questa nostra degenza casalinga. E’ proprio per questo che oggi vi racconto una nuova golosa storia…
Non so se sia la dieta o la mia verve da ghiottona ma ho sempre voglia di IRIS FRITTAAAA…
So che molte delle persone che mi leggono non sono siciliane e non hanno ben capito di cosa stia scrivendo, quindi riavvolgo le mie idee e parole ed inizio!
Uno dei più buoni e tipici dolci siciliani è l’IRIS FRITTA.
La sua ricetta è semplice, sfiziosa e (ahimè) calorica.
L’impasto va fatto lievitare poi fritto, il ripieno (la cosa più buona) è fatto di crema di ricotta, zucchero e scaglie di cioccolato.
La forma ricorda quella di una ciambella, tonda  ma senza buco.
Va consumata calda.
E’ annoverata, nonostante sia un dolce, tra i cibi dello street food palermitano.
Dopo avervi raccontato la sua “ricetta”, posto che io non sia una grande cuoca di dolci (chi mi conosce bene potrebbe raccontarvi storie surreali sulla mie prodezze dolciarie), quello su cui mi vorrei focalizzare è la storia di questo dolce.
L’iris(chiamata anche “inis” in dialetto) sembra avere come quasi tutti i dolci della tradizione siciliana origini conventuali.
Si racconta che i monaci preparassero questi panetti dolci (non erano fritti in origine) dando loro la forma di piccole rose. Il fatto che fossero dei panetti sfiziosi e tondi attirò la curiosità di molti cuochi palermitani. Uno tra questi fu il pasticcere Antonio Lo Verso  (divenuto poi Cavaliere del Lavoro alla corte di Vittorio Emanuele III) che nel 1901 pare abbia ideato la ricetta che oggi conosciamo per omaggiare  proprio l’opera Iris di Mascagni.
L’iris divenne richiestissima.
Si narra anche che il pasticcere fosse un appassionato dell’opera e che avesse visto tutte le rappresentazioni eseguite al Teatro Massimo.
Il successo del dolce fu tale da far cambiare nome alla sua caffetteria, anticamente collocata a Palermo in via Roma.
Da quella prima il dolce e pastoso gusto della sfiziosità sicula ha sorpassato i confini di Palermo ed è approdato in tutta la Sicilia rendendo l’Iris ufficialmente prodotto agroalimentare tradizionale italiano da parte del Ministero delle politiche agricole ed alimentari.
Tutto questo parlare di dolci mi ha fatto aumentare la fame, peccato solo che sono “intrappolata”, come tutti, in casa.
La prima cosa che farò quando sarà finita questa situazione sarà fare una bella scorpacciata d’iris.
#thecrazyjoy

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IL BICERIN…

Cari lettori, è davvero da tantissimo tempo che non scrivo sul mio blog.

Dirvi che sono stata impegnata è riduttivo.

Vi avevo promesso che sarei tornata più assidua, diciamo che mi sto impegnando.

In questi mesi ho fatto molte cose, spesso non mi hanno dato il tempo di sedere sulla scrivania e scrivervi.

Per fortuna, riesco a condividere con voi parte della mia vita sui social, i quali richiedono meno tempo rispetto al blog.

A proposito di social, chi di voi è“socialmente attivo”(scusate il gioco di parole), ricorderà che poco tempo fa ho trascorso qualche settimana a Torino e proprio lì vi  avevo promesso che avrei scritto la storia di una bevanda tipica: il Bicerin.

Volendovi documentare a tutti i costi su questa meravigliosa e dolce  tradizione ho indagato per bene ed ho scoperto che per scriverla devo narrarvi  la  storia di un  locale, da cui ha preso il nome e al quale sono particolarmente legata, “il Bicerin”.

Il locale nasce nel 1763 quando Giuseppe Dentis, acquacedrataio, apre una piccola bottega dolciaria  a Torino in Piazza della Consolata ( di fronte l’ingresso del Santuario).

Il locale agli inizi è molto semplice.

Successivamente, nel 1856 il palazzo su cui sorge  viene  ristrutturato  e  con esso anche  la bottega.

 Assumendo le sembianze, eleganti e raffinate, che tutt’ora possiede.

La Bottega di via della Consolata deve la sua fama internazionale all’invenzione di una bevanda, ricavata da un mix di cioccolata calda, caffè e crema di latte: il Bicerin.

Pochi sanno, però, che questa rivoluzionaria prelibatezza affonda le sue radici in una  bevanda settecentesca chiamata, la bavaiera.

Il termine bicerin, deriva dal grosso  bicchiere senza manico nel quale ancora oggi viene servito.

La fama della bottega e di questa evoluzionaria bevanda  fanno subito il giro della città.

Oggi, il bicerin  è una delle bevande calde tipiche di Torino.

Tra le tante fortune che ho avuto in questo ultimo soggiorno piemontese, c’è stata quella di visitare e degustare un bicerin lì.

Posso dirvi che quando  si entra nella bottega di Piazza della Consolata la sensazione che si ha è che il tempo non sia mai passato.

L’atmosfera è sobria ma d’impatto.

Credo che rispecchi l’animo elegante e raffinato della Torino antica.

Ogni dettaglio non è lasciato al caso ed  appartiene al passato.

Ti sembra di sognare e che non stenti proprio a credere che un tempo, tra gli stessi tavoli su cui stai sorseggiando il tuo bicerin ci sia stato Cavour.

Durante i miei vari soggiorni torinesi, ho bevuto molti bicerin e posso affermarvi con estrema convinzione che nessuno ha affascinato ed entusiasmato le mie papille gustative come quello bevuto lì.

                                                                                                                            A presto

                                                                                                                            #thecrazyjoy

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Douglas: la profumeria a portata di click!

Cari lettori, come state? Spero bene. Non vi scrivo da tanto, ma ultimamente le mie giornate sono  sempre più impegnative e stressanti.

Immaginate che a causa dei continui impegni improrogabili, stavo per rinunciare alla cosa che mi piace di più fare, lo shopping.

Per fortuna, però, la tecnologia mi è venuta incontro e così ho optato per lo shopping online.

Tra tutti i siti che ho visitato durante la mia frenetica “retata” di spese, ce n’è uno che ho trovato davvero interessante, e che mi piacerebbe consigliarvi se, come me, siete appassionati della cura del corpo.

Il sito è quello della profumeria Douglas, è organizzato in maniera eccellente.

Intuitivo e  pratico anche per chi, in genere, è restio allo shopping in rete.

Al suo interno ci sono un sacco di brand, utili a soddisfare le esigenze di tutti i consumatori.

Attraverso questa magnifico sito, ho preparato, comodamente, la mia pochette per l’estate.

Adesso vi mostro i prodotti, cinque scelte, che secondo me non dovrebbero mancare nella pochette estiva di tutti noi.

 La cosa che non dovrebbe mancare nel beauty di nessuno, in estate è una protezione solare.  Io ho scelto questa di Lancaster con un fattore protettivo 50+ideale per me che tendo a bruciarmi con facilità.

 Il secondo prodotto dell’estate, che in realtà mi avete consigliato voi su Instagram, è la terra Bronzing Powered di Deborah. Il prezzo è molto economico. Trovarla è molto raro, per questo ne ho approfittato subito quando l’ho vista sul sito.
 Il terzo prodotto che , secondo me, è essenziale è  il mascara  Volume Effect di Yves Saint Lauren. Lo volevo da molto tempo ed il fatto di trovarlo su questo sito, dove per il  momento è anche in sconto mi ha spinto ha comprarlo.

 La quarta cosa è il Lip Gloss di Dior Addict, anche questo lo “braccavo” da tanto tempo, per cui ho deciso di farlo mio. Per altro al momento è anch’esso scontato.

La quinta ed ultima cosa è il Beauty stesso. Sono una disordinata cronica, ho milioni di prodotti sparsi per casa. Quando devo partire faccio confusione e dimentico sempre qualcosa. Quindi per me è l’ideale e poi diciamolo non ha un colore pazzesco???
Con quest’ultimo “acquisto di saggezza” i miei consigli per il beauty più trendy, economico e  comodo by Douglas sono finiti. Spero, vi possano essere utili .

 

Alla prossima

#thecrazyjoy.

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Una leggendaria dolcezza:la storia del Tiramisù…

Cari lettori e amici come state??? Spero sempre bene, non scrivo più sul blog da una vita… Adesso, però sono tornata più carica e affamata di prima ( o almeno così mi auguro).

 

Come sapete una delle cose che mi piace fare è mangiare e per questo ho deciso di celebrare il mio ritorno alla scrittura , regalandovi una lettura golosa.

 

No, no tranquilli nessuna ricetta; ma oggi vi narrerò la storia di un dolce la cui fama è nazionale e la cui bontà invece è mondiale, il tiramisù.

 

Ebbene si, amici miei, la sua ricetta è diciamo semplice (sono capace perfino io a realizzarlo), ma la storia che ce lo ha fatto conoscere è un po’ più complessa.

 

Misteriosa ma si pensa   recente, affascinante ma discussa .

 

Di come il tiramisù sia stato ideato non sappiamo molto o meglio non abbiamo molte certezze.

 

Alcuni credono che prenda spunta da dolci austriaci, altri che sia la ricetta avanzata dello zabaione, l’unica certezza tangibile storicamente è che la parola tiramisù compare nel dizionario nel 1980.

 

Questo elemento ci porta a pensare che l’ideazione di questa ricetta sia relativamente recente.

 

Se contorta è l’ideazione anche la paternità non è da meno.

 

Infatti la tradizione culinaria lo vede simile ad altri dolci presenti nella cucina tradizionale piemontese, lombarda, veneta e friulana.

A far chiarezza a questi intrigati ma dolci enigmi c’ha provato l’enogastronomo Giuseppe Maffioli che storicizza la preparazione tra la fine degli anni 60’e di quelli 70’.

 

Secondo altri celeberrimi enogastronomi la paternità del dolce è da attribuire a dei ristoranti di Treviso.

 

Avendo conquistato e intrigato, con il suo dolce charme, tutta la Penisola la sua paternità è protagonista di due piccole leggende.

 

Nella prima si narra che fosse un dolce le cui origini fossero sienesi, e che venne preparato per la visita in città di Cosimo III De Medici e da lì fu denominato “ zuppa del duca”.

Versione che potrebbe coincidere con l’introduzione in Italia del caffè ma discorderebbe con l’utilizzo di gran parte degli altri ingredienti.

 

 

Un’altra tesi afferma che il dolce, in origine, fosse stato ideato da un pasticcere torinese per

sostenere il conte Cavour   nell’azione riunificativa dell’Italia.

Questa tesi, però, viene smentita dalla storicità dei metodi di produzione e conservazione che non coinciderebbero.

 

Oggi la sua fama è mondiale, da aver ricevuto numerosi riconoscimenti uno di questi ottenuto   nel 2013, è quello di essere   piatto ufficiale della sesta Giornata Internazionale della Cucina Italiana a New York.

#thecrazyjoy

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Il dolce prediletto del Carnevale: la vera storia delle chiacchiere…

Ciao ragazzi, come state??? Lo so, come al solito sono stata molto,( forse anche troppo assente) ma sono tornata con una storia molto particolare ed inerente al periodo nel quale ci troviamo.

 

Sono bloccata a casa, ma malgrado la mia fossilizzazione, dai vostri post e attraverso un breve consulto del   calendario mi sono resa conto che siamo già nel periodo di carnevale.

 

Lo scorso anno vi ho raccontato la centenaria storia del carnevale di Venezia, quest’anno però ho deciso di trattare vari aspetti, dalle maschere ad i dolci, e proprio da questi ultimi vorrei partire.

 

Se vi capita di andare in pasticceria, in un panificio o in qualche supermercato la prima cosa che noterete è che il reparto dolci è adornato da dei tipici dolci carnvaleschi.

 

Il dolce per antonomasia di questo periodo sono le chiacchiere, dette anche bugie o frappe a seconda della regione nella quale vi troviate.

 

Siamo abituati a dare queste delizie per scontate , in realtà la tradizione che ce le ha fatte arrivare fino ad i nostri giorni è secolare. Parte direttamente dalla Roma antica.

 

Come ben sappiamo, anche il carnevale è un’antica tradizione che   si celebrava già ad i tempi dei romani, ma si chiamava Saturnali.

 

Il periodo dei Saturnali era molto particolare per la Roma antica, ogni ceto sociale veniva abbattuto, tutti potevano essere quello che durante la vita di ogni giorno era impensabile fossero.

 

Durante questo periodo si succedevano banchetti e feste popolari.

Le tavole erano imbandite   da dolci, quello che però suscitava maggiore entusiasmo tra i commensali si chiamava frictalia. Dolci fritti nel grasso di maiale.

 

La loro preparazione era semplice, le materie prime per la   realizzazione economiche.

 

Tutti, anche i più poveri potevano concedersi un attimo di dolcezza.

 

Esiste , però, una leggendaria ma non attendibile storia   sulle chiacchiere, riconducibile alla tradizione Napoletana.

Leggenda narra che una   regina di casa Savoia (mai identificata) era intenta a fare salotto con i propri ospiti di corte quando il desiderio di dolce la assalì (cambiano i tempi ma la golosità, a quanto pare rimane la stessa).

 

La Sovrana commissionò al cuoco personale, tale Raffaele Esposito, la preparazione di un dolce adatto ad essere consumato nel corso delle facezie aristocratiche. Fu lo stesso chef a scegliere il nome e lo chiamo “chiacchiere”.

#thecrazyjoy

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Cream Pan Di Stelle VS Nutella…

Cari lettori, come state??? Io bene, a parte il fatto che oggi è il lunedì più lunedì di tutti e che ho iniziato seriamente la mia dieta.

I chili messi su durante le scorse festività natalizie sono un pò. A proposito di chilogrammi e golosità, ho deciso di recensire  un nuovo food trend.

Diciamo che la  foto di questo prodotto  impazza su tutti i social, non c’è food blogger o pasticceria che non abbia  postato una sua immagine, di cosa parlo??? Della  nuova, instagrammabilissima, crema PAN DI STELLE.

Insomma, prima la acquistassi avevo letto molto su lei.

Alcuni la definivano il Santo Gral della pasticceria, altri la degna avversaria della nutella ed altri ancora un pò tragici scrivevano che la sua uscita avrebbe  fatto fallire la mitica  Nutella (di  cui vi  linko un articolo https://www.flaviagioia.com/2018/01/25/la-storica-nascita-della-nutella/).

Curiosa come un delfino e pronta a questa mistica esperienza, decido di provarla.

Sappiate che l’ho fatto solo per voi, o meglio questo è quello che racconterò alla mia nutrizionista( sperando non legga questo articolo).

La crema si trova in tutti i supermercati, in genere nel reparto dolciario (come la Nutella).

Il vasetto che la contiene è in vetro  con tappo in alluminio  (quindi riutilizzabile), il formato è uno da 300gr circa. Il prezzo è abbordabilissimo circa 3,50 a barattolino.

La crema una spalmabile alla nocciola, il suo sapore è molto simile alla Nutella, ma non lo stesso, forse un pò meno corposo.

Al suo interno ha dei zuccherini, che dovrebbero richiamare le stelline che decorano i Pan di stelle.

Dopo avervela descritta quasi nel dettaglio, so che adesso molti di voi mi chiederebbero, in conclusione cosa ne penso. quindi passiamo alle considerazioni.

In relazione a tutti gli elogi che avevo letto, e alla pubblicità social che avevo visto, mi aspettavo meglio.

Personalmente trovo la Crema una scopiazzata dell’inimitabile Nutella, con unica differenza queste granulose stelline all’interno.

Ho anche lanciato nelle mie stories instagram una domanda per capire cosa ne pensaste voi, e devo dire che ci sono pareri alquanto contrastanti.

C’è chi la ama e ha detto addio alla Nutella e poi c’è chi, come me, pensa che  la scelta della Barilla sia stata di certo, molto coraggiosa ma che non abbia paragonabilità con la spalmabile più amata al Mondo.

Credo che, alla fine, saremmo  tutti concordi nell’affermare  che sono gusti e che  come tali  molto variabili e personali.

Sono, però, altrettanto  sicura  che concorderete con me anche nell’affermare che  l’egemonia mondiale della Nutella, almeno per ora, non vacilli così come scrivono.

#thecrazyjoy

 

 

 

 

 

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