Cari lettori,

oggi vi racconterò una storia un po’ particolare, la mia.

Molti di voi mi seguono e leggono sui social, per quelli che però si approcciano al mio blog o alle mie pagine social per la prima volta, mi presento.

Mi chiamo Flavia Gioia, ho sempre fatto la blogger ma ad un certo punto della mia vita ho scoperto che sarei potuta diventare una influencer.

Guardando il mio profilo Instagram, tutti, anche i miei amici, almeno per una volta durante questi anni si sono chiesti: “Questa come ha fatto ad avere tutti questi followers? Li ha comprati? Ma come fa a prendere tutti questi like?”.

Adesso è il momento di raccontarvi il segreto del mio “successo” e svelarvi alcuni retroscena che probabilmente non avreste mai immaginato.

THE CRAZY JOY.

Era maggio 2017, la mia vita era ad un bivio, ero a pezzi sentimentalmente e mentalmente. Cercavo disperatamente qualcosa che mi desse lo stimolo giusto. Sembrava tutto così complicato, così confuso, sentivo che qualcosa stava cambiando ma non riuscivo a mettere a fuoco cosa. Dovevo smetterla di scrivere articoli sul mio diario segreto (ndr. ne ho davvero uno a cui sono affezionata), così un giorno ebbi l’idea di creare un blog, pensando: “Mal che vada, almeno ci avrò provato!”. Così quello stesso giorno, giocando col mio cognome ed il mio carattere, creai The Crazy Joy.

Mi divertivo, era una ventata d’aria fresca. The Crazy Joy era molto bello ma da subito mi sono accorta che questo sito doveva crescere, volevo fosse letto da molte più persone.

Sono sempre stata una persona molto social, già su Facebook, ma adesso iniziavo a frequentare assiduamente una piattaforma diversa, Instagram.

Era il periodo in cui quasi tutti, anche i meno social della Terra, venivano a conoscenza di un nuovo lavoro, quello dell’influencer.

SEGUIMI CHE TI SEGUO.

Inizialmente ho agito molto meccanicamente per incrementare la mia audience (come si chiama in gergo pubblicitario), cercavo “numeri” per il mio blog e ho cominciato ad applicare la tecnica cosiddetta “follow-unfollow”. Seguendo un elevato numero di persone su Instagram, ci si assicura che una percentuale delle stesse, essendo venute a conoscenza del tuo profilo, ti seguano di ricambio. E così è stato. Sono arrivata molto presto a 10.000 follower.

Superato il primo gradino, non potevo far a meno di notare altri profili con basi di follower ben più elevate, quindi una vocina dentro di me mi ripeteva: “Dai Flà, ce la farai anche tu!”. La tecnica la conoscevo, bisognava dare solo un’accellerata. Così, continuando con follow-unfollow, ho raggiunto 57.000 seguaci.

Ho pensato fosse ormai fatta, quindi cominciai a propormi ai primi brand affini al mio modo di comunicare (food e lifestyle) ma i riscontri non erano positivi. Tanti follower si, ma avevo troppe poche interazioni. Com’era possibile? Dovevo trovare una soluzione.

IL LATO OSCURO DELLA FORZA.

Mi impegnavo nella qualità delle foto e dei contenuti ma il riscontro latitava, così ho iniziato ad interagire con delle ragazze su Instagram e tra un like tattico ed un commento è iniziata la mia avventura nel “lato oscuro dell’Instagram”: quello dei GRUPPI.

I gruppi Instagram sono di vario tipo. Quelli dove basta seguire ed essere seguiti (follow), quelli dove devi seguire e mettere like (follow and like) e quelli – a mio avviso i più fastidiosi – dove devi mettere like e commentare (like e commenti).

A me non interessava aumentare il numero dei miei follower (avendone già 57.000), quindi ho quasi del tutto tralasciato i gruppi “follow”. Il mio pensiero principale era cercare di avere più like possibili e la maggior parte dei gruppi di cui ero membro era del tipo “like”.

Questi gruppi hanno delle regole ben precise e sono gestiti dai cosiddetti “admin” (per riprendere i ruoli dei vecchi forum digitali) i quali amministrano tutti gli altri membri della chat e fanno sì che tutti possano rispettarne le regole.

All’interno di queste chat, tutti i membri hanno l’obbligo di seguire gli admin e mettere loro like ma questi non hanno lo stesso obbligo. Inoltre, hanno il “potere” di buttarti fuori dalla chat.

Tutti gli altri membri – quelli senza nessuna carica speciale – hanno l’obbligo di recuperare tutti i post annunciati nella chat (e mettersi al passo con i like) prima di comunicare nel gruppo che anche loro hanno un nuovo contenuto. I membri che non rispettano le regole vengono segnalati all’admin che, in genere, dopo tre avvertimenti provvede a “buttarli fuori”.

In un anno sono arrivata a totalizzare circa 50 gruppi. Potrebbe far sorridere leggere quanto sto per dire… ma non potete nemmeno immaginare la fatica.

Passavo tutte le mie giornate a recuperare like senza nemmeno guardare di chi fossero i contenuti e commentavo le foto forzatamente (non so nemmeno io quello che scrivessi).  La cosa importante era che il commento contenesse almeno cinque parole, altrimenti era considerato spam scatenando l’ira dei gestori delle chat e degli altri utenti.

Tutto decisamente molto più “Crazy” che “Joy”!

I gruppi di cui ho fatto parte erano già su Instagram (in direct) ma ce ne sono alcuni anche su Telegram o WhatsApp – suppongo per provare ad agire in un ambiente più “protetto”. Di questi non so dirvi granché, ho provato ad entrarci ma erano molto confusionari e li ho subito abbandonati.

L’ADMIN CHE FA CURRICULUM.

All’inizio mi sembrava tutto meraviglioso, così fantastico che ad un certo punto ho deciso di fare il salto di qualità e di diventare anche io Admin. Sì amici – avevo il potere (ndr. siete autorizzati a ridere).

Avevo tutto, follower, likes e commenti ma qualcosa mi mancava. C’era un fastidio latente che non riuscivo a mettere a fuoco. Poi capii: non avevo più la voglia di postare contenuti.

Spendevo in media cinque ore al giorno a recuperare tutti i NEW ed UP (nel gergo dei gruppi, le nuove foto sono NEW e quelle precedenti da recuperare UP) che c’erano nelle mie chat. Perdermi delle foto era un problema.

Ogni tanto qualcuno mi scriveva e mi scrive tutt’oggi “Te li sei comprata quei follower, vero?” facendo riferimento alle tante piattaforme che promettono pacchetti di tot follower in cambio di un corrispettivo economico. Vorrei rispondere “Magari!”, come si dice dalla mie parti a Palermo, avrei risparmiato in salute.

Detto ciò il tempo passava, i gruppi si accumulavano ed il mio stress social aumentava ma soprattutto, per rubare una citazione al Gattopardo (che diciamocelo, avrebbe avuto un gran profilo Instagram!), tutto cambiava per restare esattamente uguale.

Impegnandomi, sono riuscita ad aumentare il mio engagement-rate (in gergo pubblicitario si chiama così la media tra il numero di interazioni ed il numero dei follower) ovvero quanto mi chiedevano originariamente i brand… ma non avevo fatto i conti con il mercato.

L’INFLUENCER MARKETING (QUELLO VERO).

La pubblicità digital, il mondo dell’influencer marketing, stanno andando in una direzione diversa da quella quantitativa. E anche giustamente, aggiungerei.

Proponendomi ai brand, mi sono accorta che gli uffici di comunicazione non si limitano soltanto a guardare il numerino dell’engagement-rate ma analizzano il profilo e da questa analisi si rendono conto della spontaneità o meno delle interazioni.

Quanti braccialetti può vendere Pandora tramite le foto di una influencer che riceve una quantità infinita di like inutili e commenti del calibro di “great pic”, “bellissimo” e “wow, fantastico”? Io stessa ho provato ad andare a ritroso, cercando i like e i commenti messi per recuperare foto vecchie e mi sono accorta solo in un secondo momento che alcune foto pubblicizzavano dei bei bikini, dei profumi o degli accessori. Precedentemente, nella foga di dover recuperare chili di interazioni, non avevo minimamente prestato attenzione.

In tutto ciò alcuni profili che, seppur hanno pochi follower, hanno molte interazioni reali mi rendo conto essere davvero influenti verso chi li segue e riescono a generare introiti pubblicitari. E anche in questo io, io stessa mi sono ritrovata a scrivere in direct ad alcuni miei amici informandomi su come si trovasse con quel particolare integratore di vitamine perché avrebbe potuto fare al caso mio. Ero sicura di avere una risposta vera, reale. Cosa che non avrei mai cercato da qualcuno dei gruppi.

A questo punto mi sono chiesta: “Perché sto qua? Per aumentare cosa? Il mio engagement-rate? Quanto posso resistere all’interno di questo sistema così artefatto?”.

#FREE-FLAVIA

A tutte queste domande mi sono risposta: “Poco, molto poco.”. Così – arrivano ai giorni nostri – ho deciso di riprendermi la libertà dai social e ne sono uscita.

Per mesi (anzi forse anni vista la mia storia) ho finto di influenzarvi, di avere numeri che valevano la pena di essere comunicati ma non era vero. Poco di quello che facevo era vero e spontaneo, se non quello che comunicavo con le foto in cui comparivano i miei amici e le serate insieme. Cose che oggi, circondata da una platea di cui so poco e niente, tendo a raggruppare nella cerchia di “amici stretti” che Instagram ci ha dato la possibilità di usare col famoso circoletto verde.

Come l’uscita da tutti i tunnel che si rispettino ma senza aver la presunzione di creare parallelismo con temi social ben più delicati, oggi mi sento un’utente libera. Posto quello che voglio quando voglio, interagisco con chi mi piace e non ho più nessun obbligo nei confronti di nessuno.

Posto con più frequenza perché ho il tempo di farlo. Prima, tra tutti i NEW e gli UP, riuscivo a postare contenuti al massimo due volte la settimana.

Non pensate che questo mio articolo abbia avuto una gestazione facile. Tutto è, fuorché impulsivo. E’ figlio di tante chiacchierate con amici, mille domande, studi e soprattutto consapevolezze maturate col tempo.

Dopo questo mio, probabilmente, molti di voi non mi seguiranno più, altri si indigneranno ed altri ancora saranno contenti che qualcuno abbia svelato i segreti dei piccoli influencer che, come Mignolo e il Prof, sognano di governare i social senza mai riuscirci.

Qualsiasi cosa succeda non mi importa, ho deciso di raccontarvelo perché anche voi possiate capire o, se fate parte di questa realtà, comprenderne come e perché uscirne.

Smettiamola di vivere nel mito di Chiara Ferragni, perché la splendida ragazza cremonese non è una influencer ma una vera e proprio imprenditrice digitale. E’ spontanea quando ci descrive il piccolo Leo, crea contenuti, gestisce un’azienda che da lavoro a decine di persone e aiuta i brand in strategie di comunicazioni che di un #likeforlike se ne fanno ben poco.

Cerchiamo di riprenderci il gusto di postare una bella foto, di decidere se qualcosa ci piace o meno e di commentarla in base a quello che pensiamo veramente. I social sono uno strumento di comunicazione mondiale devastante, che è in grado di dar lavoro a tanta gente se approcciati correttamente.

Ma sono anche la trasposizione digitale di ciò che poteva davvero essere il nostro diario. Quello a cui raccontavamo un segreto e che – se avevamo voglia – facevamo leggere a pochi ma buoni.

Flavia,

The (un po’ meno) Crazy Joy